—Serafina, io fuggo. Verranno a cercarmi qui. Non so se ci rivedremo più mai. Ma prima di lasciarti, permettimi dirti, che oggimai non vi saranno più nel mio cuore che tre immagini di donna: quella di mia madre, quella di mia sorella e la tua.

E dicendo ciò con voce soffocata, la baciai, e saltai dalla finestra. Mio cugino mi seguì.

La storia di quella disgraziata Serafina è dolentissima storia. Non la rividi più... Ella è morta......

Traversammo il giardino che si prolungava fuori del borgo, poi un piccolo rigagnolo, ove delle donne lavavano dei pannilini. Brancolammo come serpenti di sotto le siepi e ci aprimmo il passo in mezzo ai vigneti, i di cui sarmenti, ricchi di pampani, serpeggiavano al suolo. Una volta quivi, procedemmo carponi, sguizzando ventre a terra sotto le foglie ed ascendemmo la collina, sempre in vista di Scalea.

Ci trascinammo così per un pezzo fino ad un certo sito, dal lato opposto allʼaltura. Lì, una siepe spessa, terribilmente irta di ronchi, mi concesse un ricovero. Mio cugino mi cacciò lì sotto come una lucertola. Aggiustò i virgulti della siepe, di guisa che alcuno non avrebbe mai sospettato che la nascondesse un demagogo. Mi disse di uscir da quel ricetto alle due pomeridiane e discender in un boschetto ceduo, vicino la strada consolare, ove egli sarebbe giunto verso le due e mezzo, menando seco il mio cavallo, per continuare la via. Eʼ mi diede altre istruzioni, poi, carponi sempre, discese di nuovo fino giù al sentiero, si raddrizzò, scosse la polvere, accese il sigaro, incrociò le mani dietro il dorso, e se ne ritornò a Scalea con lʼindifferenza di un uomo che ha fatto una passeggiata per digerire. Io lo seguii dello sguardo per quanto potei... ed il mio cuore si chiuse.

Era desso mio cugino? La storia genealogica chʼegli mi aveva abbozzata era poi vera? La risaliva ad ogni modo alla terza moglie del mio bisavolo. Egli e suo zio avevano il dì innanzi udito parlare del mio arresto, nel loro paesello vicino Scalea, ed al mattino erano venuti nobilmente in mio soccorso.

Serafina aveva capito in un lampo, che occorreva darmi il tempo di allontanarmi, prima che i gendarmi e le guardie civiche mi venissero alle calcagna. Suo fratello Alberto era partito la notte, onde andare, con i miei due Albanesi, a portare a mia madre il tristo annunzio del mio arresto. Il vecchio padre, don Cataldo, era uscito di buonʼora per annasare nel borgo ciò che dicevasi e cosa decidessero sul conto mio. Serafina era subito corsa a chiudere il portone di strada ed aveva tirati li chiavistelli, dopo una parola che mio zio le aveva gettato nellʼorecchio, ed ella aveva poscia sbarrato lʼuno dopo lʼaltro gli usci di tutte le camere, fino alla sua, dove la si rinchiuse e pregò.

Unʼora dopo questa scena, io udii i gendarmi e le guardie civiche passar davanti al mio cespuglio, andando al mio inseguimento. Eʼ si erano sparpagliati in ogni verso, non sapendo qual sentiero avessi io preso. Le lavandaie avevano negato di avermi veduto—io aveva, passando, gettato una moneta di argento a quelle povere tupine, che la vigilia avevan voluto sbranarmi. Dʼaltronde, in Italia, la donna è ancora la sola creatura che si abbia unʼanima, una coscienza, del patriottismo senza interesse, ed un poʼ di senso morale. Stanchi, esausti, abbattuti da trentotto gradi di caldo, i gendarmi fecero sosta proprio innanzi la siepe sotto la quale io era appiattato. Io udii una conversazione sul conto mio—che mi dà la pelle dʼoca anche in questo momento, innanzi ad un bol de punch.

E ciò dicendo, Tiberio bevve ridendo un altro bicchiere del liquido delizioso; e poi continuò: