—I gendarmi restarono quivi una mezzʼora—ed io imparai, che un uomo può restare una mezzʼora senza respirare.—Poscia eʼ si rimisero in cammino.

Lʼorecchio attaccato al suolo, udii da prima il suono della loro voce, poi il rumore dei loro passi estinguersi in lontananza. Io aveva sentito il ventre freddo dalle lucertole strisciar sul mio sembiante, e non mi ero mosso per non denunziarmi. Le mosche, le zanzare, le vespe, mi avevano divorato, ed io non aveva battuto palpebra. Una catalessia morale aveva irrigidito il mio corpo. Tutta la vita si era allora concentrata nella vista e nellʼudito. Udivo battere il cuore degli uccelli poggiati sul mio roveto. Vedevo dei millepiedi rossi correre su i pampani, ad un tiro di fucile. Rimarcavo mille tinte nella gradazione della luce del sole, a misura chʼesso sʼinnalzava sullʼorizzonte—osservazione curiosa e singolare, che mi ha fatto di poi pigliare il broncio cento volte contro i pittori di paesaggio, che non capiscono nulla, proprio nulla, del cielo. E come il tempo mi parve lungo! e quanto il pigolìo degli uccelli mi assassinava!

Ogni rumore era per me un nemico, una trappola forse. Io aveva sete come se avessi tutta la notte mangiato aringhe o bevuto liquori spiritosi. Lo stomaco è un organo implacabile ed immorale. Una grossa serpe nera—serpe innocente—si cacciò allʼombra sotto la siepe. Gli occhi maravigliosamente belli del rettile ed i miei sʼincontrarono, si fissarono.

La serpe si fermò, sollevò un poʼ la sua testa civettuola, piena di curiosità e di stupore, e prudentemente si ritirò. Più tardi, gli è un grosso lucertolone verde, pesante, brutale,—un pievano,—che si avvicina al mio viso. Io sputai su di lui. Infine, osai fare un movimento. Presi il mio orologio. Segnava mezzodì. E poi, restai gli occhi inchiodati sul quadrante.

Mio Dio! come unʼora è lunga a scorrere! Unʼora? Ma la non termina mai, non passa mai. Non pertanto, la cadde anchʼessa nel baratro del tempo. Quando io vidi le due sfere accavallarsi lʼuna sullʼaltra sul numero II, respirai. Era lʼora convenuta con mio cugino. Dovevo mettermi in cammino. Io fermai per cinque minuti ancora la mia respirazione, onde meglio ascoltare, poscia lasciai libero giuoco ai miei polmoni ed uscii.

Avrei desiderato che una notte eterna avviluppasse lʼuniverso: ed eʼ brillava un sole di Oriente, fulgidissimo, implacabile. Mi guardai intorno. Non unʼanima. Guardai lontano. Nessuno. «Andiamo, mi dissi, cangiando dʼun tratto di umore, non so perchè; andiamo dunque! E cominciai a cantare: Malbrough sʼen va-t-en guerre.... en guerre.... en guerre.... ripetendo lʼen guerre in tuono sempre più basso. Quindi mi arrestai corto e ridivenni timido.

Io marciavo trascinandomi quasi sul ventre, fra i vigneti e le boscaglie. Alle due e mezzo, mi fermai al sito indicatomi da mio cugino. Lo esaminai bene. Lʼera proprio quello. Vidi la vecchia quercia decapitata, circondata da olivi, sul piazzale della vecchia casa, a cima del monticello. Impossibile di sbagliare. Verificai che non mʼingannavo, mi assisi ed incrociai le braccia.

Scorse unʼora. Lʼorecchio teso lontan lontano, io osservava macchinalmente una fila di formiche rosse. Mi coricai supino e fissai gli occhi al cielo. Come il cielo è bello! Quindi chiusi gli occhi provando di addormentarmi, e mi addormii.