— Poco monta ciò che io mi voglia domani. Credi tu che io ti abbia fatto strappare dalla torre di Phasaelus, che ti abbia provato con delle tentazioni alle quali un giovine di vent'anni avrebbe dovuto inciampare, soccombere mille volte, credi tu che io ti abbia tenuto qui dieci giorni per conoscerti, per comprenderti, che ti abbia fatto udire poco fa una parola che ha risvegliato la tua incredulità; credi tu, dico, che io mi sia lasciata andare a tutto ciò per capriccio, per ozio, e per ricompensarti del colpo di pugnale dato alla pantera?
— Non interamente.
— Ebbene, non vi è nulla che inganni tanto, quanto il conoscere le cose a metà.
— È vero: l'ignoranza completa val meglio.
— Hai tu osservato, Giuda, che io non porto mai su di me che due gioielli: questo anello e questa spilla da capelli?
— In fatti, ciò mi aveva colpito.
— Un giorno, sei anni fa, Cypros arrivò da un'isola del mar Tirreno, e mi presentò questi due oggetti. Sopra l'ametista di questo anello vi è un profilo di Tiberio contornato d'edera con l'esergo si vivet, vivam. Sopra questa spilla è incisa la parola greca: vendetta! Una donna, morente quasi nella miseria e nella solitudine — ella, figlia di Augusto, con questa sola schiava Gallica per compagna di disgrazie, ella, giovine ancora, uccisa dal veleno di suo marito; ella, madre, che sa la sua unica figlia, figlia dell'amore cento volte più cara della figlia d'un marito imposto dalle convenienze, essere condannata ai più infami mestieri — questa donna m'inviava questo triste regalo, la sua ultima memoria per mezzo dell'ultima sua schiava. La donna era mia madre. La schiava era Cypros, la quale in nome della sua padrona, dietro l'ultima volontà della sua padrona, deve ripetermi ogni mattino quando mi risveglio, tutte le sere quando mi corico, la parola: vendetta!
— Principio a comprendere.
— Aspetta. Avevo dodici anni.... Giuda, io ti faccio delle rivelazioni che mio marito stesso, egli più di tutti, ignora.
— Perchè?