— No.

— Tua moglie?

— No.

— È la tua ganza, la tua regina, la tua fidanzata? chi è dunque codesta donna?

— No, no, no. È lei. È tutto questo, meglio, più di tutto questo. È lei.

— Quest'uomo è un pazzo o un vile, gridò il sagan.

— No, riprese Moab con calma, comandatemi di uccidere il gran Sacerdote, il tetrarca, il rettore, il governatore della Siria, lo stesso Cesare, ed io mi recherò a Roma immediatamente ed andrò ad ucciderlo. Ma Pilato, no. Ella nol vuole!

— Vediamo un po', disse Menahem inframmettendosi; codesto è un mistero che non sembra troppo vicino a schiarirsi; il Shofa del tempio sarà in breve suonato, quindi le porte saranno chiuse, ed i nostri fratelli attendono nella valle di Josafat le ultime istruzioni. Se Moab dà indietro, io resto sempre pronto, e credo che solo io basterò a compire l'affare. Dio mi ha dato un braccio, che i miei nemici, siano i tiranni del nostro paese o le bestie feroci del deserto, hanno appreso a temere.

— Prendo io il posto di Moab, gridai io allora.

— No, no, interruppe il sagan. Non è di ciò che si tratta. Non è questione di un braccio di più o di meno, d'un uomo piuttosto che d'un altro, per compiere questa santa opera. Si tratta di un giuramento. Ebbene, voi avete tutti giurato sull'Efod, che coloro cui la sorte additasse, compirebbero il sacrifizio del tiranno della Giudea. Ora uno di quegli eletti dalla sorte ci dice: Io non voglio più mischiarmene perchè c'è una donna che non lo vuole. Che mercato facciamo noi dunque di Dio, del nostro giuramento, della nostra parola, del nostro onore? Che sicurezza abbiam noi pel secreto confidato ad un uomo che pone un Ella al disopra del suo dovere?