— Basta così, gridò Moab, avanzandosi verso il tavolo del sagan. Dacchè sorge un sospetto, la questione è sciolta. Era il mio destino che lottava contro il mio dovere. Voi intervenite in nome di Dio; non ho più nulla a rispondere. Ucciderò Pilato, e poi mi ucciderò anch'io sopra il suo cadavere. Addio. Infrangerò il precetto della mia setta che abborre dal sangue[1]; ma espierò il mio fallo uccidendo la mia anima, che era sua, ed il mio corpo, che era vostro. Vado a raggiungere i nostri fratelli.
E ciò dicendo, Moab, il discepolo di Battista, alzò la testa bruciata dal sole del deserto, fiera come le creste del Libano, girò su noi il suo sguardo azzurro come il cielo, aggiustò intorno al corpo la sua tonaca di pel di cammello, strinse la sua cintura di cuoio, scosse la capigliatura nera e increspata come quella di Sansone, ed uscì.
La sua partenza fu seguita da un momento di silenzio triste e doloroso.
Il sagan lo interruppe.
— Allora, tutto è inteso, diss'egli. Non c'è nulla da cangiare, nulla da aggiungere al piano stabilito. Se qualche nuovo incidente accade nella giornata di domani, domani a sera decideremo.
— Va bene, rispose Menahem. Ora corro alla casa di Josafat.
Egli uscì. E nello stesso momento il suono del corno di montone diede il segnale dalla collina del Tempio che principiava il sabato.
Bar Abbas aveva seguito Menahem, fermandosi nelle sale inferiori, e noi lo intendevamo abbaruffarsi coi servitori del sagan, che non lo facevano cenare a suo modo. Justus mi disse:
— Giuda, vai da Maria questa sera?
— Non so, risposi; ho bisogno di trovarmi solo con me stesso.