Intanto l'uragano infuriava. Non era più la pioggia che cadeva, ma grandine, erano ghiacciuoli larghi come la mano e duri come ciottoli. Il cielo sembrava un grande incendio, celeste e rosso, rischiarante l'universo che crollasse. A quella funebre luce, scorsi, in un incavo della collina, una casa nella piccola valle detta Berachah, ossia valle della benedizione. Riconoscendo l'impossibilità di continuare il mio viaggio a traverso quell'orribile scatenamento degli elementi, mi decisi a domandare colà un'ora di riparo. Io la scorgeva a qualche centinaio di passi da me, o piuttosto vedevo un grande quadrato di alte mura biancastre, guarnite di un torrione, in cima al quale rizzavasi un'ombra bianca. Nelle regioni remote del nostro paese, la sentinella su quella torre tiene il posto dell'hostiarium e del cane in mosaico presso i Romani. Avvicinandomi, distinsi perfettamente il guardiano che stava in alto al terrazzo. Allorchè fui arrivato alla porta, e' mi domandò che chiedessi.
Quella voce non mi sembrò nuova; ma io conosceva tante persone, ch'e' mi riusciva impossibile di precisare alcunchè. Risposi che desideravo pormi al coperto per alcuni istanti.
Mentre la sentinella dava l'ordine di lasciarmi entrare, distinsi sotto una tettoia dall'altro lato del quadrato di muro dinanzi cui mi trovavo, diversi cavalli e cavalieri. Probabilmente erano gli stessi che mi avevano poco prima oltrepassato, e che senza dubbio avevano cercato essi pure un ricovero da quella demenza del cielo. La porta s'aprì e mi trovai sotto una gran vôlta che metteva in una corte.
La corte era scoperta. Una fontana di marmo bianco risuonava nel mezzo, circondata da un'aiuola di mirti e di fiori che potevo distinguere appena. Un largo porticato si sviluppava intorno al muro esterno sopra tre parti, poi questo muro correva lontano, e copriva la facciata di dietro, racchiudendovi così un vasto giardino. Una piccola casetta tutta bianca spiccava nel mezzo, avendo una bella terrazza al disopra del portico che precedeva la porta. Le finestre erano illuminate. Ma il servo che venne ad aprirmi, mi arrestò prendendo il cavallo per la briglia. Intanto la tempesta raddoppiava. Il servo m'offrì da mangiare e da bere. Rifiutai. Domandai a chi appartenesse quella casa, mi rispose:
— A Caius Crispus, comandante la cavalleria della 12.ª legione.
— È egli qui?
— È ad Antiochia.
— La casa per altro è abitata?
— Sì, da sua moglie: ed ecco perchè a quest'ora non si lascia entrar nessuno.
— Come chiami tu la tua padrona?