— Ida.
— È giovane?
Il servo non mi rispose e fu l'ultima domanda che mi permise di rivolgergli. Si vegliava nondimeno nella casa, poichè io vedeva disegnarsi e muoversi delle ombre dietro le finestre. Scorse una lunghissima ora. La tempesta si calmò. Vidi allora passare sul terrazzo una figura di donna che veniva probabilmente ad assicurarsi se la pioggia era cessata. Rientrò presto; e un quarto d'ora dopo vidi un uomo ravvolto in un oscuro mantello, uscire, passare a diritta nel giardino, aprire una porta segreta e partire. Volli andarmene anch'io nell'istesso tempo. Lo schiavo mi trattenne. Cinque minuti dopo, udii lo scalpitare dei cavalli che passavano di galoppo dinanzi alla casa, dirigendosi verso Gerusalemme. Un quarto d'ora più tardi il servo si decise ad aprirmi la porta e lasciarmi partire alla mia volta. Il temporale era cessato.
Ogni sorta di fantasie mi danzava nel capo. Chi era quella donna? chi era quell'uomo? chi mi aveva parlato dall'alto della torricella?
L'aria fresca del mattino, il quale cominciava ad imbianchire, calmò i miei sogni. Io ascendeva il monte d'Elia. Ero intirizzito: ero tutto bagnato dalla pioggia. Quando arrivai alla cima del monte, il sole si alzava. Mi fermai per guardare a me d'intorno. Una folla di ricordi m'assalse, poichè io aveva sotto gli occhi il teatro degli episodi più memorabili della nostra storia.
Io amo risovvenirmi: quest'è un rifugio contro i propri contemporanei che hanno sempre torto. Poi l'è una cosa involontaria. Lo spirito viaggia senza attendere un congedo. D'altronde io ero all'istesso sito, nell'istessa ora forse, ove una moltitudine immensa di soldati, di popolo, di nobili, di sacerdoti, colle loro greggie, i loro servi, i loro schiavi, mogli, ragazzi, vecchi, a piedi sopra queste pietre roventi, sopra asini o sopra cammelli, guardavano per l'ultima volta il monte degli Ulivi, dietro il quale Nabuchadnezzar prendeva il tempio, bruciava la città, saccheggiava e demoliva il palazzo di Sion, cacciando dinanzi a sè i saggi ed i profeti, Gionata e Geremia. La casa di Davide aveva cessato di regnare, Israel era disperso nella Siria, nella Media, al di là del Tigri, gettato in Babilonia. Quelli che restavano, gl'invalidi, gl'impotenti, quelli da cui il padrone straniero non aveva nulla a temere, avevano preso stanza sul Mizpeh, quell'altura al di là di Sion. Ma questi pure, dopo l'assassinio di Gedaliah commesso da Ishmael, videro da questo sito per l'ultima volta il cielo di Gerusalemme, giacchè nè la voce di Geremia nè quella di Baruc ebbero forza di persuaderli a ritornare sui loro passi. La voce del re di Babilonia tuonava più forte di quella dei profeti, e profeti, capitani, figlie del re, tutti andarono a chiudere i loro occhi in Egitto.
I monti di Gedor e di Gibeah mi circondavano. Ai miei piedi stendevasi l'Ephrath d'una volta, il Bethlemme d'oggi. Il torrente Cedron discendeva di gradino in gradino, di cascatella in cascatella, ed andava ad immergersi nel mar Morto, lì, in fondo, in quel piano celeste al di là del quale io scorgeva le montagne violette di Moab, ed il bianco profilo delle torri di Makaur. Da una parte, la pianura di Sharon dalle rose, verso Lod e la splendida baia di Joppa ed Askalun. Dall'altra, il deserto, Gerico, il Giordano dalle limpide acque. Nel basso, Bethlemme — quella verde collina, ancora risplendente ai raggi del mattino, adorna degli ultimi fichi verdi, dei pampini violetti, di cedri ed aranci, un mazzetto di giardini — di cui un labirinto di sentieruoli bianchi forma un delizioso e profumato saico.
All'estremità di questo ammasso di cubi bianchi, e di pochi palazzi chiusi da una seria di catene, si rizza sopra un'altura un po' più lungi dalle altre abitazioni, fuori delle porte, una casa che pare un castello a grosse mura, residenza un tempo di Booz e di Ruth, poi di Davide, poi di Chimham. Ecco l'ancor candida tomba di Rachele. Ecco le grotte ove David si nascose, ove dormì Saul, ove qualche volta ripara la iena, ed ove una folla di pastori e di greggie sfuggono alle morsure del sole. Ecco le colline ove David custodiva gli agnelli di suo padre, apprendeva ad uccidere giganti, a raggiungere i lupi ed i leopardi alla corsa, a suonare l'arpa, e ove s'inebbriava della rugiada dell'empireo, che distillava poi in salmi ed in cantici.
Pare ancora di vedere sopra la marna rossastra delle fessure e dei solchi della roccia, l'impronta dei piedi di Rachele, quando, venendo dalla casa di suo padre, fu sorpresa dai dolori del parto e morì col suo bimbo. Sembra di vedere tutt'ora le traccie di Saul quando andava ad interrogare la maga di Engadi. Ecco il campo di Booz, il quale seguendo i mietitori, guardando le gambe ignude delle spigolatrici, osservò la sua nipote Ruth, che sua suocera introdusse una notte sul suo letto di covoni. «Va dunque, lavati, profumati, metti i vestiti del Sabbato e scendi nei campi.» Ruth, la Moabita, era, come la mia Maria di Magdala, Galilea. Booz la lasciò spigolare, lasciò che si avvicinasse all'ombra ove egli pranzava in mezzo alle sue genti, lasciò che bevesse della sua acqua, permise che inzuppasse il pane nel suo aceto, e.... si risvegliò una mattina nelle sue braccia.
Le notti di Bathlehem hanno risuonato delle canzoni di David, dei gemiti della bella Moabita, dei ruggiti di Saul: i suoi silenzi covano i terrori di Samuele e di Geremia. Gli è dinanzi quella tomba di Rachele che Saul s'inginocchiò, e si rialzò re. Gli è da quella valle di Cedron, che David si salvò dalla ribellione di suo figlio Absalon, il fratello di quell'Amon che amò sua sorella Tamar.