Tutto ciò si agitava nel mio spirito e sotto i miei occhi quando arrivai, a mezzo giorno, nella casa di mia madre.

Mia madre, tutta intenta al bimbo appena nato, si accorse appena della mia presenza. Lasciò sfuggire un oh! lungo come la strada delle Indie, e continuò a preparare non so qual bibita confortante composta di vecchio Chios, latte e miele. M'affrettai del resto a tranquillarla, dicendole fin dalla prima parola, che ero stato arrestato per un equivoco. Tutti i parenti ed amici di mio cognato vennero la sera a bezzicare qualche bricciola di notizie della metropoli, e chiacchierare sopra gli spettacoli del circo, di Claudia, di Pilato, di Flaccus, di Hannah, sulle stragi del giorno dei Tabernacoli, di tutti e di tutto. All'indomani non avendo più nessuno da rassicurare sulla mia sorte, nè notizie da propagare, me ne tornai a Gerusalemme.

La giornata era bella e calda quantunque fossimo già al principio di marchesvan (fine di ottobre). Le api lavoravano ancora. Le farfalle imperlavano ancora il cielo delle loro ali. E il cielo nettato dal temporale del giorno prima, confondeva il suo azzurro profondo con la pupilla divina. Il Cedron cinguettava ancora colla sua striscia argentea, cercando taccoli ai ciottoli candidi e rotondi, ed agli sproni rocciosi delle montagne che lo indicavano. L'aspetto di quei poggi scaglionati a forma di scala, dal piano all'alto di Sion, era tristo, ignudo: si sarebbe detto avessero la calvizie d'una vegetazione perduta. Dalla cima di una di quelle alture, verso mezzogiorno, immersi alla fine lo sguardo nella piccola valle della Benedizione, civetta come una fanciulla da marito.

In mezzo a tutte quelle roccie calcari, grigie e rossastre, quel boccon di verdura e di fiori, che pareva lì preparato sopra un bacino di marmo, rallegrava lo sguardo meglio di una festa. Un'alta muraglia inquadrava e nascondeva il giardino e la casa. Due torricelle fiancheggiavano la porta d'entrata, ma questa volta nessuna guardia vi vegliava. La casa in pietre bianche, si apriva sur un portico di marmo rosso, che si trasformava in terrazzo al dissopra. Il gran porticato a colonne di granito grigio e nero, che si addossavano interiormente su tre lati al muro esterno, mi sembrava lastricato di marmo bianco e rosso. La fontana nel mezzo della corte era in marmo bianco, circondata da un labbro di terra, coperta di fiori a varii colori. Una statua di donna genuflessa portava la coppa di porfido, dal cui centro si slanciava un filo d'acqua molto in alto e ricadeva dagli orli della coppa della vasca come un velo d'argento. Dei vasi di maiolica, con degli arbusti fioriti, coronavano le aiuole. Il giardino era uno spicchio di cedri e di aranci.

Provai tutte le tentazioni del mondo che mi spingevano ad introdurmi di nuovo in quella dimora, così poco conforme ai nostri costumi ed all'architettura giudea. Avevo pensato tutta la notte, tutto il giorno, lungo tutta la strada, a quella casa, alla donna che l'abitava. Avevo immaginato mille pretesti per penetrare là dentro. Arrivato alla porta, trovai tutte le mie ragioni stupide, la mia associazione d'idee assurda. Passai oltre, ma col progetto deciso, che ormai, qualunque fosse lo indirizzo dei miei viaggi a levante o a ponente, al mezzogiorno od al nord, io passerei per quella strada, dinanzi quella casa, in attesa dell'occasione.

Dimenticavo di aggiungere, che, dall'alto del mio osservatorio, avevo veduto passeggiare all'ombra di un boschetto d'aranci, una forma bianca, la quale m'aveva tutta l'aria d'esser una donna. Poi, quei cavalieri della notte precedente m'avevano avuto l'aria di somigliare molto agli otto nubiani di Pilato.

Ruminavo ancora su tutto ciò, allorchè mi trovai senza pensarlo dinanzi la porta di Maria. Appena fui scôrto, le porte s'aprirono, e tutti i domestici della mia amante mi si precipitarono intorno. Avevano l'aria costernata.

— Cosa è accaduto? domandai commosso alla mia volta.

— Egli è che la padrona, disse Sara, è uscita da due giorni e non è più rientrata.

— Non più rientrata?