Lo Sheliach aprì poi il ruotolo sul leggìo, lesse ad alta voce il capitolo pel parashà, o sermone del giorno. Il popolo seguiva questa lettura cogli occhi, col cuore, le braccia alzate. Ogni sillaba, ogni pausa era marcata. Quando la lettura del parashà fu finita, e la spiegazione fatta, il Hazzan riprese il Torah, lo rimise al suo posto chiudendo il velo che lo ricopre. Il popolo gridò nuovamente:

«Il nome del Signore sia lodato; il suo nome sia esaltato poichè la sua gloria vola nel cielo e sulla terra.»

Allora si cantò un altro salmo, poi il capo degli anziani principiò il suo midrasch, specie di commentario sul capitolo letto dallo Sheliach. Appena ebbe egli finito, un uomo, il quale stava seduto vicino a me sulle panche del popolo, si alzò e domandò di nuovo il Torah.

Io non aveva prestato la minima attenzione a ciò che avveniva nella sinagoga, distratto da prima dal guardare alle finestre il popolo che, non avendo trovato posto di dentro, cercava di fuori di raccapezzare quanto poteva della lettura o del commentario, ed assorto poi dalla grata delle donne.

Quando il canto ebbe principio, credetti intendere una voce che io conosceva, avendo con essa cantato e commentato il Cantico dei Cantici. Quella voce mi aveva colpito. Poi m'era parso distinguere una forma, uno sguardo che si turbava sotto il mio, una persona che si tirava addietro.

Intieramente fisso a quella grata, io non aveva osservata la persona, seduta come me sul banco dei poveri, ma circondata da un certo numero di amici che le parlavano con rispetto, l'ascoltavano con deferenza e spiavano tutti i suoi moti. Avendo domandato il Torah, mentre il Hazzan andava a riprenderlo, quella persona si avanzò sulla piattaforma, e montò al leggìo del lettore. Il rabbì sembrava essere molto conosciuto, poichè il popolo l'accolse con un mormorìo benevolo, ed un movimento d'attenzione si propagò su tutti i banchi. Avendo ripreso il ruotolo, l'aprì, e lesse di nuovo il parashà del giorno, sopra il quale incominciò a dare delle spiegazioni a suo modo. Egli parlava, lo si ascoltava, ed io l'esaminai. La donna alla grata, che s'era tirata indietro, riapparve sul davanti.

Il nuovo lettore era un uomo d'una trentina d'anni, di statura ordinaria, agile e magro. Aveva la tinta biliosa e bronzata, la barba nera, tagliata in punta, i capelli neri egualmente divisi sulla fronte alla moda Galilea, e gettati all'indietro in lunghe ciocche. Il fronte, un po' basso nella parte anteriore, si allargava alle tempie. Non si scorgeva del viso che le pomette un cotal po' accentuate, ed il naso leggermente ricurvo. I mustacchi coprivano le labbra sottili e scolorate, la bocca larga rialzantesi agli angoli e i suoi denti color avorio. Tutto ciò sarebbe stato volgare, se dei grandi occhi neri, colle sopracciglia folte e quasi riunite sull'alto del naso, dallo sguardo potente, vellutato, voluttuoso, dolce o carico di lampi a suo piacere, non avessero rischiarato quella fisonomia mobile, cangiante secondo il pensiero o l'interna passione che l'agitava. La sua voce era dolce, singolarmente melodiosa, sopratutto quando voleva accarezzare. Le sue maniere erano gravi. Una grande dignità risaltava da tutto l'insieme della persona, dal suo portamento, dalle sue parole e dei suoi modi[28].

Io intravidi tutto ciò in un batter d'occhio, poichè ero sempre attratto dalla grata. Non intesi quindi ciò che il nuovo lettore disse, come non avevo udito il parashà dell'anziano che l'aveva preceduto. Una voce, che partiva dalle sedie dei ricchi, mi richiamò alla lezione. Ogni individuo avendo il diritto di fare delle questioni, un ricco mercante di grano gli aveva domandato:[29]

— Rabbì, donde ci vieni tu?

Mi volsi allora verso un giovane che sedeva a me vicino, mostrandomi molto soddisfatto di ciò che il Rabbì andava dicendo, e molto malcontento dell'interruzione, e gli chiesi: