— Il popolo non ha anima. L'anima si forma; ed esso non ha il tempo di formarla. Tutt'al più il popolo ha un cuore, per balzi.
— Ecco la mia missione: io porto un'anima a questo popolo.
— L'è molto bella; ma tu non hai ancora sballata la tua mercanzia, ed io credo che questo non sia il mercato conveniente per metterla a partito. La Galilea non è il tuo forum, la tua sinagoga, il tuo tempio, come meglio t'aggrada. La Galilea è il giardino della Siria, un pezzo d'Italia sotto il cielo dell'Asia. Al mormorio delle sue dolci acque, all'ombra dei cedri del suo Hermon, delle quercie del suo Carmelo, delle palme dei suoi colli coperti di mirti, di vigne e di aranci; alle attrattive di questa natura che ricorda le rive del Nilo e di Damasco, si ama, o Rabbì, ma non si crede. Qui, i Romani hanno tracciato le loro strade della Campania; i Greci e gli Egiziani, i larghi sentieri a cammelli di Memfi. Questo angolo della terra racchiude i più bei paesaggi che l'est e l'ovest svolgano con incanto.
— Tu credi?
— Quando gli uomini del mare abbatterono Tiro e Sidon, onde sopra onde di Cipriotti, d'Egiziani, di Macedoni, d'Italiani e di Arabi, da quelle piaggie conquise si sparsero sopra questa provincia, parlando diversi idiomi, vestendo costumi proprii, adorando dei particolari, trascinando con loro nelle città ch'essi avevano fatto sbucar dalla terra, le loro ricchezze, le loro credenze, le loro arti, la loro scienza. La casa ebbe una famiglia, cui il Giudeo ritiene come impura, il tempio ebbe un Dio, cui il Giudeo ritiene come un demone.
— Sì, si confusero insieme, ma non si mischiarono.
— Cosa importa, Rabbì? Il coltivatore cananeo, il vignajuolo giudeo, hanno essi potuto far a meno di frequentare per forza l'artigiano, il commerciante che discendevano forse da quei principi di Tiro e di Sidon cui Alessandro e Pompeo rigettarono dal mare nel centro di queste montagne, o che vennero d'Antiochia, d'Alessandria o da Roma? Nelle città della costa, Tolemaide e Tiro, nelle città forti dell'interno, Sephoris e Gadara, si accumularono gli artisti, gli operai in oro e marmo, i rettori, i pittori, gli oratori, le danzatrici, i poeti lubrici, i professori di tutte le arti, i propagatori di tutti i vizii venuti dalla Grecia, i legionarii, gli avvocati, i gladiatori, le cortigiane, i cocchieri, i procuratori, la polizia... un mondo intero distillato dalle cloache della Gallia, della Spagna e dell'Italia. Ma i figli di Esaù, che vivono sotto le loro nere tende del deserto, e sopra le rudi e nude montagne al sud del Giordano, possono essi far a meno d'incontrarsi, d'intravedersi, di odiarsi anche, se il vuoi? I rivali di questo suolo non si uniscono guari in matrimonio, non vivono nelle istesse città, si evitano il più che possono; ma c'è una corrente che va dagli uni agli altri: c'è un sentimento che non conosce ostacolo, che si slancia dalla tenda dell'Arabo, che passa sulle città murate del Greco, che invade le città aperte del Giudeo, e la capanna del Siriaco — l'odio — e questo legame comune è indissolubile.
— Sì, poichè essi non hanno ancora udito la grande parola che io loro reco: la fratellanza.
— La fratellanza tra la tigre ed il lepre? Rabbì, ciò che la magia dell'arte greca non ha ancor fatto, ciò che la potenza di Roma non ha ancor ottenuto, là dove la grande personalità del re Erode ha naufragato, nessuno riescirà. Nessuno, nè un Samuele, nè un Elia, nè tu, nè Dio stesso. L'argilla di cui l'uomo è impastato, è eterna ed invariabile. L'ebreo e questi stranieri sono separati da una maledizione irrevocabile: l'impurità. Il giudeo è una anomalia nella società umana. Egli non può avere nulla di comune collo straniero; non può toccar nulla di ciò che lo straniero ha toccato; non può bere all'istessa tazza, sedere alla stessa tavola, dormire nella stessa città, passare la soglia dell'istessa casa che il Greco o il Latino passarono. Lo spirito cupo ed insocievole dell'Ebreo non si rischiara all'attrazione raggiante dei popoli europei. La legge ebrea è inesorabile.
— Io vengo per cangiar codesta legge, rispose Gesù con tuono ispirato. Io vengo a cominciare un'altra êra del popolo di Dio. Noi non imiteremo più degli antenati, di cui non dobbiamo che arrossire. Noi non riconosceremo più come padre quell'infame Abramo, che obbliga Sara sua moglie a provvedere il suo letto di concubine, e che la prostituisce per danari ai re Abimelech e Faraone, facendola credere sua sorella. Noi rinneghiamo quell'infame Loth, che dorme colle sue figlie al chiarore di Sodoma bruciante ancora; quell'infame Isacco che trafficò di sua moglie Rebecca e visse di questa prostituzione; quel dissoluto Giacobbe che passa da Rachele a Lia, dalle due sorelle alle loro schiave, l'istesso giorno, l'istessa notte, lordando la religione del matrimonio. Il padre di Giuda, che ebbe un commercio vergognoso con Tamar, vedova dei suoi due figli, la quale si mascherava sotto il vestito delle prostitute e che quel patriarca frequentava, ci fa orrore. Noi ci vergogniamo di Davide che fece uccidere il suo ufficiale Uria per prendergli la moglie, avendone già tante altre; di Salomone che sposa trecento donne, avendo già settecento concubine e delle innumerevoli figlie di re; di quell'Osea, primo fra i profeti, che ebbe dei figli da una donna pubblica, e la rinnegò; di quel traditore Geremia, che profetizzava in favore di Nabuchadnezzar; d'Isaia che passeggiò nudo in mezzo a Gerusalemme; di quell'Ezechiele a cui Dio ordinò delle cose così immonde, e che lo fece parlare così impudicamente. Noi veniamo a rovesciare le leggi di quel Mosè che commise un omicidio, fu ladro in Egitto, ebbe diverse mogli, e fece delle azioni inique. Io porto un nuovo codice che non ha che un precetto: gli uomini sono fratelli.