Un traditore s'era intromesso in mezzo a noi.

I nostri sospetti si fermarono per qualche tempo sopra Jesus Bar Abbas. Ma la condotta susseguente di questo cinico parassita ci provò che, se aveva tutti i vizii, aveva almeno la virtù del silenzio. Il fatto è, che Pilato fino dalla vigilia conosceva, se non lo scopo, almeno il sito della riunione dei nostri confratelli, nella casa della vallata di Josafat. Egli sapeva forse qualche cosa di più ancora, poichè s'astenne di andare incontro a sua moglie, facendole rimettere una lettera dove si scusava e le annunziava: che, tenendo in mano le fila di una grande cospirazione, la quale metteva in pericolo il governo Romano, egli non poteva allontanarsi dalla città.

La casa della vallata era un gran cubo a due piani, diviso in due stanze e preceduto da un piccolo giardino dinanzi la porta. Due finestre sul davanti, due sul di dietro, casa stillante l'umidità nell'inverno, infetta l'estate da scorpioni, lucertole, serpenti e topi, disabitata da un quarto di secolo forse, poichè il suo proprietario se ne stava a Cipro.

Fino dalla vigilia, una trentina di soldati dei più agguerriti, sotto il comando di quel demonio di centurione chiamato Cneus Priscus, erano usciti verso notte dalla porta del giardino del palazzo di Erode, per non passare per le porte della città, e scorrendo vicino le mura erano andati a prender possesso di quella casa. Avevano passato colà la loro giornata in una mezza oscurità. Eccettuato alcuni caprai che avevano condotto le loro bestie per leccare quel po' d'acqua fetida che viene dalla valle di Hinnom, niun'anima viva si era avvicinata a quel sito. Ma, dal momento in cui il sole principiò a declinare dietro il Moriah, quei soldati avevano osservato verso il monte degli Olivi e lo Scopas, dei piccoli gruppi d'uomini che venivano dalla parte di Goreb, da Bezetha, dal Mizpeh, dall'Akra, gli uni discendendo il fianco della collina, gli altri uscendo dalle porte, e che, stretti alle mura, si avanzavano a passi lenti e misteriosi verso la casa. A certa distanza i gruppi si scioglievano: alcuni si fermavano, mentre altri continuavano, facendo in guisa che mai più d'uno alla volta varcava la siepe bucata del giardino ed entrava nella casa. La porta non aveva serratura e restava semiaperta.

I soldati di Priscus avevano chiuse le imposte e si tenevano ai due lati della porta. Ne accadeva, per conseguenza, che appena uno dei congiurati entrava e spingeva la porta dietro a sè, i soldati gli gettavano un mantello sul capo, e afferrandolo per le braccia, lo trascinavano nella stanza interna, lo legavano, gli sbarravano la bocca, e lo consegnavano alla custodia dei loro compagni. Questa trappola prese così una ventina di cospiratori, fra i più frettolosi. Ma quando il corno del Tempio suonò, e le tenebre divennero più fitte, i cospiratori si avanzarono con minori precauzioni affrettandosi per non essere in ritardo.

Quando Menahem varcò la siepe del giardino, una dozzina dei suoi amici lo seguiva da presso. L'affare nell'interno non andava più coll'istessa precauzione e lo stesso silenzio. Il selvaggiume incalzava il cacciatore. Moab si dibatteva ancora quando Menahem si sentì prendere dalle braccia. Egli comprese subito. Gridò. E siccome era molto forte, cominciò a resistere. Questo rumore mise l'allarme negli ultimi che ponevano già il piede nel giardino. Ascoltarono; non vedendo più chiaro nella casa, sentendo dei gemiti repressi, un rumore d'armi e di lotta, compresero che i loro complici erano caduti in un agguato. Allora si allontanarono. Prisco li vide partire. Ma egli non aveva seco abbastanza forza per inseguirli e nello stesso tempo vegliare sulla preda già fatta.

— La tortura farà il resto, pensò: questi che ho in mano parleranno, e riveleranno i complici.

Comprendendo ch'era ormai inutile di attendere più lungamente, temendo forse che quelli che s'erano messi in salvo ritornassero con altri, in numero sufficiente per liberare i loro complici, Cneus Priscus prese la risoluzione di uscire dalla casa, e rientrare colle sue vittime a Gerusalemme.

Per maggior sicurezza, le aveva condotte nella torre Faselo. La prigione della città poteva essere infedele, o troppo debole per custodirle.

Tale era il rapporto che Priscus aveva fatto la sera stessa a Pilato, e ch'egli aveva la mattina dopo ripetuto alla presenza dei prigionieri. Dopo di che il procuratore aveva dato mano all'interrogatorio degli accusati.