Non avevo, in tutta la mia vita, incontrato una donna più casta di questa impura, la quale esalava la lussuria come una rosa di Sharon esala l'odore. Non ho conosciuta una donna più fredda di quella cui trovavo recondita nella tempestosa organizzazione di Claudia. Quella civetta, era una matrona. Viveva separata da suo marito; ma io chiesi a me stesso parecchie volte: Amerebbe ella dunque quest'uomo che la fugge? All'impertinenza del primo giorno, era susseguita una familiarità, la quale però intrometteva fra lei e me un mondo. La cortigiana delle feste era figlia di Cesare nell'intimità. La dicevano frivola: ed il suo spirito era ornato di tutte le gemme ed i profumi della poesia greca e romana. A Capri, ella aveva figurato nella mandria di Cesonius Priscus, l'intendente della voluttà di Tiberio, e vi aveva imparato la politica del mondo, maneggiandola con Sejano che le faceva orrore. Claudia aveva certamente uno scopo; io mi perdeva in un dedalo di supposizioni, e non scopriva, dopo tutto, la verità in nessuna di esse. Non avevo più fretta di lasciarla, e oggi ancora, dopo tanti anni, e dopo tanti avvenimenti, cerco nel mio cuore perchè non l'amavo! Io era, certo, in quello stato di spirito, in quell'ora della vita, ove avrei dovuto divenir pazzo per quella donna. Maria passava allo stato di tramonto, nel mio amore. La sconosciuta del circo inviluppava d'una nube luminosa i miei vaneggiamenti; ma tutte due non colmavano il vuoto, che la vita a ventitrè anni scava avidamente nell'anima. Claudia aveva tutto ciò che un uomo elevato può desiderare: ella inebbriava i sensi con la sua bellezza, dava la febbre all'immaginazione con la sua condotta, con la elegante distinzione del suo spirito. Vi sono dei fenomeni psicologici che si spiegano, ma non si comprendono.
Avevamo passato una parte della sera sul terrazzo del Sud, dinanzi al quale si svolge la catena dei monti di Scopas e degli Olivi, e donde, per un appiattamento di questi monti, si vede il mar Morto, come una lama d'oro durante il giorno, come una nube violetta la sera ed il mattino. Passeggiando lentamente, l'uno vicino all'altro; cogliendo qui un fiore, là una foglia dai vasi di majolica azzurra, agli arbusti odoranti schierati sul parapetto, io le aveva modulato quella cosa selvaggia e splendida che si chiama: il Cantico dei Cantici di Salomone. Ella aveva ascoltato distratta, poi mi aveva detto:
— Sì, codesto canto è bello come le armonie del deserto; ma io preferisco l'Odissea.
Mi aveva poi sussurrato alcune elegie che Ovidio aveva scritte per sua madre Giulia, dal fondo dell'esilio, ove il suo amore aveva fatto naufragio. Una grave malinconia ci ravvolgeva. Il cielo era cupo, e il temporale vi si addensava.
— Ho a parlarti, Giuda, mi disse finalmente Claudia. Attendi qui. Licenzio le mie schiave, e ti farò chiamare.
La notte era scesa completamente. Poco alla volta l'assopimento s'era impadronito della città. Io circolavo nelle tenebre, come un'ombra che cerca riposo. Un'ora dopo, Cypros venne ad annunziarmi che Claudia mi attendeva. Aprì infatti una porta che dava sul terrazzo, m'introdusse nella stanza da letto della sua padrona, e si ritirò. Claudia le disse:
— Ti chiamerò forse: veglia.
Era la stanza che Erode aveva fatta costruire per Mariamna. Non c'era nulla al mondo di più ricco e di più suntuoso. Il soffitto era di cedro d'Africa, che valeva più dell'oro, scolpito a spalliera di fiori e di foglie, con dei grappoli in rilievo. I muri erano tappezzati di una stoffa che sembrava tessuta e filata di perle, profumata da viole, da bottoni di rosa ed iridi, rallegrata da un nuvolo di uccelletti indiani come il contenuto di uno scrigno di pietre preziose messe giù. Delle svelte colonne d'oro separavano le pareti in diverse inquadrature e sostenevano il soffitto. Uno spesso tappeto di Bactriana copriva il suolo, di cui faceva un'ajuola di fiori. Il letto era basso, largo, in scaglia di tartaruga del Gange a riflessi d'oro. Aveva la forma di una conca marina poggiata sopra un piedestallo, di avorio di Troglodite e d'oro, che simulava le onde.
Della lanugine di uccelli d'Africa, rinchiusa in una splendida stoffa persiana, riempiva la conca. Un baldacchino di stoffa ricamata di perle del golfo Persico e della Taprobana, di diamanti e di tutte le sorta di pietre preziose, copriva il letto come una tenda. Una coperta di porpora che valeva un milione di sesterzi, si stendeva sopra le lenzuola di tela d'Egitto, e sopra i guanciali di tela delle Indie. Lungo i muri correva una fila di guanciali di seta bianca trapunta a fiori, alcune sedie d'avorio; un immenso specchio racchiuso in un cerchio d'oro cesellato, sostenuto da due schiavi agginocchiati, in bronzo di Corinto, stava dinanzi la finestra; e nel mezzo della stanza, un piccolo letto d'ebano addobbato di cuscini bianchi e rossi ove Claudia si riposava mentre le schiave finivano la sua acconciatura della sera e del mattino. Vicino allo specchio, sopra un zoccolo di lapis-lazzuli si ergevano due vasi murrini della Caramina, di un valore incalcolabile, — regalo di Tiberio — e ripieni di fiori esotici nati e schiusi nelle conserve del palazzo.
La camera era rischiarata da alcuni candelabri d'oro posti ai quattro angoli. Un profumo inebbriante impregnava l'aere. La porta a vetri colorati che dava sui terrazzo fu chiusa; ma quando un lampo infiammava il cielo, si vedeva quella porta cangiarsi in un rabesco di mille colori.