Claudia era sola mollemente coricata sul suo letto di riposo, abbigliamento da notte. Una larga tunica di lana bianca, sottile come il vapore d'una sera d'estate, le inviluppava tutta la persona, eccetto le braccia. Un cordone di seta azzurra le stringeva i lombi. Una rete rossa imprigionava i suoi capelli neri ondati di azzurro, e traversati da un pugnale a testa d'oro, fino come un ago. Nulla di più voluttuoso, e di più casto: quella ricchezza era modesta. Pareva d'entrare in una stufa da fiori. Sopra un tavolo, alla portata della mano brillavano una carafa di cristallo di rocca e due coppe d'oro. Claudia riempì quelle coppe di una deliziosa bevanda agghiacciata, composta di succo di granate ed aranci misto a latte e mele, e me ne offrì una.

— Giuda, mi disse ella allora, demolisco Capua; devi partire.

— Son pronto, risposi sospirando dopo un momento di silenzio. Mi dirai almeno, perchè m'hai chiamato, perchè m'hai introdotto in questo Eden senza il serpente.

— Il serpente vi s'introduce, Giuda; è tempo dunque che tu te ne vada, e che riprenda la strada che il tuo destino ti indica.

— Non è il mio destino che me l'ha indicata, Claudia, sono io stesso, o piuttosto la mia noja. Tu conosci lo scopo che mi sono prefisso.

— Credo di averlo compreso.

— Intravvisto, forse.

— Compreso. Tu vuoi strappare la Giudea a Roma, sterminare i Romani che l'occupano, fare del tuo paese una repubblica aristocratica, sotto l'oligarchia sadducea, annientando i poteri pericolosi e cangianti del Tempio, e la venale ingerenza della plebe.

— Sì, ecco il mio scopo. L'hai indovinato.

— Puoi rivelarmi i tuoi mezzi?