— Che famiglia tragica è la mia, ed io, che lo sono così poco! L'utilizzo come posso, in fede mia! Ma gli è mestieri che mi metta in picca di eloquenza, a far sudare un rabbì del Gran Collegio.

— Ma dov'è Gesù? Perchè non lo vedrei io nel Tempio?

— Perchè egli non è nel Tempio, ove gli ufficiali lo arresterebbero, ma in casa il sagan, il quale gli dà un asilo fino al momento che si sarà spiegato.

— Chi devo domandare alla porta del palazzo?

— Poichè t'aspetto io?

— Ma se volessi andarci sola?

— Allora chiedi del re Salomone, o del profeta Elijah, e che la peste ti stermini.

All'ora sesta, Bar Abbas se ne stava alla porta d'Hannah almanaccando sui suoi quarantamila sesterzii.

XXVIII.

Uscendo dal Tempio, il Rabbì della Galilea si recò da me e pranzò. Avemmo ancora un lungo colloquio insieme ed io mi sforzai di tracciargli il quadro il più vero, il più vivente della situazione, di ciò che i partiti esigevano, di ciò che la nazione aspettava, e di ciò che noi, promotori della rivolta, speravamo. Egli mi rispose per monosillabi vaghi; mostrandosi perfino incredulo che fossimo stati noi che gli avevamo reso favorevole il popolo, l'avevamo messo in evidenza, fatto risaltare le sue parole ed i suoi atti. Rientrò in sè stesso, si ravvolse nel silenzio e nella tristezza, e prese a riflettere. Egli sentiva che andava incontro ad un duello, nel quale avrebbe trovata la morte; giacchè Gamaliele, il figlio del rettore del Gran Collegio, il suo rivale, a cui era stato dato l'incarico d'interrogarlo e di rispondergli, non era uomo da scompigliare con una parabola o da abbagliare con un tratto di spirito. Io non turbai il Rabbì nel suo raccoglimento fino all'ora settima. A quel momento solo uscimmo insieme per recarci dal sagan.