Qualche poveri venditori di tortore, ed alcuni cambisti, spinti dalla folla cui lo spazio non poteva capire, avevano invaso un poco la corte degli Israeliti. Arrivando la mattina nel Tempio, con lo spirito esaltato ed il cuore esacerbato, il Rabbì osservò questi profanatori. Corse a loro e respingendoli bruscamente, li rigettò al di là della balaustrata, gridando:
— Toglietemi via codesto, e non fate un mercato della casa di mio Padre.
Quella povera gente, che non sapeva se egli avesse o no l'autorità di agire così, o che, sapendolo, riconosceva il suo torto, si ritirò. Ma dalla parte dei sacerdoti che soli si credevano padroni del sito, la sorpresa fu grande. Accorsero. Forse non sarebbero stati dispiacenti di vedere il popolo resistere e rispondere alla violenza con la collera. L'attitudine rassegnata di quei mercanti li sorprese più dell'atto del Rabbì. Allora il capitano del Tempio si limitò ad objettare tranquillamente:
— Con qual diritto agisci tu così? Sei forse Hannah? Sei Caifa? Sei Simeone? Chi sei tu? Chi ti ha data codesta missione?
— Mio Padre, rispose il Rabbì sempre più irritato. Questa è la casa di mio padre, e non la vostra. Distruggete questo Tempio fatto da mani umane, ed io lo riedifico entro tre giorni.
Uno scoppio di risa da un lato, un grido di furore dall'altro, accolsero questo gricciolo di Gesù.
Il capitano si contentò di rispondere freddamente ed in tuono di scherno:
— Si son messi quarantasei anni a costruire questo Tempio. Quanto tempo perduto, poichè tu l'avresti alzato in tre giorni.
Ora, il Rabbì aveva commesso il più impolitico atto della sua vita.
Fino allora, egli aveva offeso i partiti, i sacerdoti, la società ricca e potente. E' feriva adesso il popolo, nei poveri venditori di mercanzie sacre. Egli meditava di confondere i sacerdoti come gente che tirava partito da quella profanazione del Tempio. Il popolo prese l'insulto per proprio conto, e non perdonò mai più all'audace Rabbì. Egli aveva compiuto un fatto, e detto una parola, che avevano colmata la misura.