All'indomani, il sanhedrin si riunì da Caifa per prendere una risoluzione definitiva.
Malgrado ciò, mentre il gran consiglio lo giudicava senza appello, il Rabbì ritornava nel Tempio per continuare la sua polemica contro i Farisei.
Certo, i nostri profeti sono inesauribili in ricchezza di imagini, in parole insultanti, in ingiurie; ma il Rabbì raggiunse l'ideale nelle sue prediche del 10, 11 e 12 nisan. Egli ebbe però un bel fulminare, denigrare, deridere, la folla non lo circondava più. Il popolo non si accalcava più intorno a lui. Il soffitto scolpito dei portici di Salomone assorbiva le sue parole e non ne ripercoteva più l'eco.
Il sanhedrin aveva già emanato un altro ordine d'arresto contro di lui. S'indugiò non pertanto ancora ad eseguirlo, per sottoporre la sua condotta ad un nuovo esame.
Vi erano ormai due fatti capitali che gridavano contro di lui: «1.º Non solamente egli non rispettava il Sabato, ma si faceva eguale a Dio[39]; 2.º al suo entrare in Gerusalemme egli si era proclamato re dei Giudei, figlio di Davide.[40]».
Egli era dunque empio e ribelle, aveva offeso Dio e Cesare.
Il gran consiglio era responsabile davanti Dio della legge di Mosè, davanti Pilato dell'ordine pubblico.
Ora, giammai colpevole non si era presentato con due delitti così grandi, e con delitti così recisamente definiti e provati. La sentenza d'arresto fu pronunziata. Ma come la conseguenza del giudizio conduceva inesorabilmente ad una condanna capitale; come il primo articolo del simbolo fariseo suonava: Siate lenti nel giudicare (estote moram trahentes in judicio); come si pronunziavano sempre a malincuore quelle sentenze che obbligavano il senato a ricorrere all'autorità romana per farle eseguire: e' si metteva sempre un intervallo di ventiquattro ore fra la promulgazione della sentenza e la sua conferma che la rendeva definitiva. Il sanhedrin condannò dunque il Rabbì il terzo giorno, 11 nisan (martedì 31 marzo): ma esso si riunì di nuovo all'indomani, 12, onde dichiarare esecutorio il mandato. Nonostante il consiglio diede ordine di non precipitar nulla, prima perchè quegli uomini erano gente istruita e tollerante, poi perchè si voleva evitare l'occasione di un tumulto, arrestando un Rabbì abbastanza popolare, al momento in cui i suo compatriotti occupavano la città in sì gran numero.
Io ricevetti comunicazione della sentenza dal sagan, e mi recai dal Rabbì onde istruirlo del fatto, e scongiurarlo ancora una volta di allontanarsi. Egli era ancor libero di ritornare in Galilea o in Perea, di andare dovunque e' volesse.
La mia proposizione fu accolta freddamente, sdegnosamente.