Il Rabbì mi riteneva l'autore principale dello scacco del suo ingresso a Gerusalemme. Io non lo era. Ma se il mio dovere di cittadino me lo avesse imposto, io lo sarei stato realmente. Per tutta risposta, il Rabbì m'invitò a cena con i suoi, l'indomani sera, 13 nisan (giovedì 2 aprile). Nella giornata, e' non comparve al Tempio e non discese neppure a Gerusalemme. Delle spie del consiglio lo aspettavano a tutte le porte della città. Si era deciso di non impadronirsi di lui durante il giorno, mentre era in mezzo ai Galilei. In tutto quel dì, io non incontrai alcuno dei suoi discepoli. Scorsi soltanto Maria di Magdala, vestita da donzello. Quel nobile cuore spiava gli spioni del sanhedrin, affinchè il Rabbì si tenesse in guardia.
Andai a vedere Ida, onde avvertirla del supremo pericolo in cui versava suo fratello.
La povera creatura non poteva nulla. Ella non sapeva neppure ove suo fratello si nascondesse. Finalmente giunse la sera.
XXX.
La giornata era stata pel Rabbì un altro giorno di combattimento. Memorie e paure, dubbi e speranze lo indebolirono; un amore immenso, e un immenso disprezzo, volta a volta e ad un tempo, commossero le sue viscere. La vita, che da lui si accomiatava, spiegava dinanzi ai suoi sguardi tutte le sue feste, tutti i suoi dolci incanti; la morte, come un punto d'interrogazione dell'infinito, che toccava il cielo e la terra, si rizzava dinanzi a lui. Ebbe paura; sperò; cercò di fuggire; si abbiosciò; si rialzò; tremò ancora; si contenne; reagì; e la sera quando scese in Gerusalemme era ancora arrovellato dalla febbre. Uscì dalla capanna, ove aveva passato la giornata con sua madre, e con quelle donne equivoche che lo seguivano ovunque, e che provvedevano alle sue spese[41].
Il sole si coricava dietro il Moriah. Il sanhedrin aveva posto i suoi agenti sorveglianti alle dodici porte delle quattro parti della città affine di seguirlo in qualunque sito egli andasse, e d'impadronirsene nel suo ricovero notturno. Il Rabbì era molto conosciuto dagli ufficiali del Tempio, e da coloro che lo frequentavano. Quindi lo si vide passare per la porta dorata, e lo si accompagnò fino alla casa di Nahum bar Lotan nel quartiere di Ofel, ove Simone e Giovanni gli avevano preparata la cena. La notte scendeva.
Durante tutta la cena, il Rabbì si mostrò molto agitato (egli fu vivamente turbato nel suo spirito, dice Giovanni, XIII, 21). Divagò nei suoi discorsi, per balzi ora pieni di unzione, ora pieni di asprezza. Non mangiò quasi nulla, ma esaminò con uno sguardo inquieto e scrutatore il contegno dei suoi discepoli. I suoi occhi si fermarono sopratutto su di me, carichi di una tal collera, di un tal odio, che io ne rimasi colpito. Che aveva mai contro di me? Alla fine trascinato dalla foga della sua lotta interna, sclamò:
— Uno di voi mi ha tradito.
Questa parola formidabile ci sembrò quasi insensata. Ci guardammo tutti l'un l'altro, non per sorprendere sul viso del traditore le emozioni del tradimento, ma per domandarci se il Rabbì non delirasse. Gli dimandammo tutti, com'era naturale, l'un dopo l'altro: Sono io, Rabbì?
Arrossì e non rispose. Nondimeno m'accorsi che dei sospetti indegni lo esacerbavano contro di me.