Gli sforzi che io aveva fatto per salvarlo, i consigli salutari che gli avevo dati onde metterlo in avvertenza, ed impegnarlo perfino a lasciar Gerusalemme, erano stati interpretati in modo sinistro. Io mi sentiva profondamente ferito, insultato nel mio onore e nella mia lealtà. Rimisi le ulteriori spiegazioni ad un momento di calma, e da solo a solo; imperciocchè i suoi discepoli non comprendevano nulla della situazione degli uomini e delle cose.

Partiti dalla provincia, colle piccole ambizioni del villaggio e le grandi avidità del basso popolo, quei pescatori e quei pubblicani non avrebbero potuto apprezzare l'attitudine dei partiti in Gerusalemme, il contegno delle alte classi rimpetto ai Romani, l'istinto del popolo ebreo in faccia allo straniero. Il Rabbì non aveva egli detto forse quella parola mostruosa, insultante, crudele anche: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare?».

I patriotti della Gallia e della Germania avevano un altro linguaggio.

Uscii dunque dalla sala, senza nascondere il mio sdegno al Rabbì, e gettandogli uno sguardo di provocazione. Egli lo comprese, ma di traverso ancora, poichè mi gridò dietro:

— Fa presto quello che devi fare.

Sorrisi di sprezzo: ma mi sentii colpito di un altro quadrello al cuore. Varcando la porta della strada, incontrai Maria, sempre vestita da uomo. Erano le due ore di notte. Ella mi mostrò due agenti del Tempio accoccolati dietro una casa, gli sguardi inchiodati sulla porta.

— Essi l'aspettano, mi diss'ella.

— Tanto peggio, risposi, io non posso più nulla. Il Rabbì ha le vertigini.

— Ma tu cos'hai? Tu sei furibondo.

— Il peggiore di tutti i supplizii, ragazza mia, è quello di vederci in mezzo a ciechi, che vi credono cieco come loro.