— Ho perdonato i peccati, rispose il Rabbì.

— Hai detto altrove, riprese il sagan. «Il mondo è giudicato; i principi di questo modo saranno scacciati[44].» Tu ti sei fatto proclamare re, figlio di Davide, ed hai tentato di far insorgere Gerusalemme. Sei dunque colpevole dinanzi a Cesare, e condannato ad essere crocifisso.

— Sono pronto.

— Noi vogliamo salvarti: aiutaci a trovarne il mezzo.

Il Rabbì fu colpito da questa proposizione: arrossì, impallidì, la sua respirazione divenne affannosa. Egli era in procinto di piegare, ed abbandonarsi a noi. Un sospetto gli traversò lo spirito. Dubitò d'un tranello, e serbò il silenzio. Il sagan lo comprese, ed aggiunse:

— Noi abbiamo intrapreso un'opera che deve o salvare o perdere completamente la nostra patria, perdendoci con essa. La rassegnazione che dimostriamo pel dominio straniero, è finta: noi vogliamo addormentarlo. La soddisfazione che noi delle classi elevate mostriamo per la nostra posizione, sarebbe un'infamia se la non fosse una menzogna. Noi non abbiamo mai, in nessun caso, in nessun tempo, tradito il nostro paese, mancato alla sua chiamata, fallito ai suoi bisogni. Noi cospiriamo del sorriso. Scaviamo un abisso sotto i passi dello straniero, coprendolo di rose. Cesare crede, ed il popolo ebreo pensa, che noi dormiamo nei nostri palazzi, che ci inebbriamo alle nostre tavole, che conduciamo una allegra vita nei nostri giardini, colle nostre mogli e colle nostre favorite; ed invece noi discutiamo in qual modo compiere la perdita del Romano. Per l'essere noi i primi fra i servi, siamo noi meno servi? E noi siamo stati i padroni quando il popolo della Giudea era libero! Noi nol dimentichiamo. Noi vogliamo esserlo ancora, avvenga quello che può avvenire. Il dominio dello straniero è per noi l'incertezza: il padrone cambia; cosa sarà domani di noi? Poi, noi siamo Ebrei, e non Latini. Abbiamo soccombuto quando eravamo deboli; perchè rinunceremmo a divenir forti, e a prendere la rivincita? Ecco l'opera che noi tramiamo in silenzio, lentamente, con precauzione, raccogliendo tutte le bricciole della forza nazionale, sotto non importa qual forma essa voglia rivelarsi e venire a noi. Rabbì, noi non ti respingiamo. È contro i nostri interessi il perderti. Tu puoi esserci utile un giorno, quando avrai meglio compreso l'istinto nazionale, il bisogno, la volontà del paese. Accetta la parte che ti diamo; aspetta l'ora che ti fisseremo; limita il tuo campo d'azione a quello che ti indicheremo, e cerchiamo insieme di farti uscire dalla disgraziata posizione in cui ti sei gettato alla cieca.

Queste parole leali furono come luce pel Rabbì, ma esse furono causa altresì della sua disperazione. Egli riflettè, poi rispose:

— È impossibile. Ciò che tu mi proponi è sempre la morte. La morte naturale, o la morte morale, la morte di domani, o quella di dopo domani, che monta! Tu mi proponi di perire in ogni modo.

— T'inganni.

— Io mi sono rivelato al mondo come l'inviato di mio Padre; ho annunziato alla terra una parola del cielo. Voi mi proponete di dichiarare che ho mentito. Chi mi crederà il giorno in cui verrò a portare un'altra novella? Voi volete salvarmi, vale a dire, voi volete esiliarmi dal suolo della Siria. Poichè ove potrei io vivere senza incontrare uno sguardo che non mi lanci un rimprovero, una coscienza che non m'accusi di aver cercato di sedurre il popolo colla menzogna? Non si dirà ovunque che io sono un ciarlatano? Voi invocate la salvezza della patria. Io non credo alle patrie. Gli uomini, figli dell'istesso Dio, sono fratelli, e la terra appartiene all'umanità. Che m'importa che sia il Romano, il Greco o l'Ebreo che occupa questo angolo del suolo della Palestina, se io trovo in lui un amico, un aiuto, un conduttore, se egli obbedisce alla stessa legge morale, allo stesso Dio? Io non comprendo la politica, la libertà, l'autorità dell'uomo sull'uomo: io comprendo l'eguaglianza di tutti, sotto la supremazia di Dio. Che m'importa che il mio padrone si chiami Tiberio, Erode, Faraone, o Salomone, se è un padrone? Or di padroni io non ne conosco che uno, quegli che assume la rappresentanza di Dio sulla terra e lo imita per la misericordia e la verità. Il Romano non è mio nemico: io non combatto che il malvagio, e colui che si impone alla mia coscienza. Le vostre vanità di classi e di razze non mi toccano punto; io le ignoro: esse sfuggono alla mia intelligenza.