— Sia, e che il tuo sangue ricada sul tuo capo.

Il Sagan prese un quadrato di pergamena e vi scrisse alcune linee, nelle quali diceva in sostanza: che egli aveva interrogato il Rabbì Jesus Bar Joseph di Nazareth, e che l'aveva trovato fellone verso Dio e verso l'autorità di Cesare, e quindi degno di morte. Fece quindi entrare l'ufficiale del Tempio, — i soldati romani si erano ritirati, — e consegnando loro il prigioniero e la sentenza, li inviò da Caifas.

All'alba dell'indomani, 14 nisan (venerdì 3 aprile) il sanhedrin si riunì presso il gran Sacerdote. La calca nel Tempio, in un tal giorno, dispensò Caifas di convocare l'assemblea nel Lishcat-ha-Gazith, ove il gran consiglio teneva le sue ordinarie sedute.

L'interrogatorio non fu lungo. Il Rabbì non negò alcuna delle proposizioni che gli si citavano come da lui sostenute: egli non contestò alcun fatto[46]. Egli fu riconosciuto fellone verso Dio e verso Cesare, come il sagan lo aveva caratterizzato. Non pertanto, avanti di pronunciare la suprema sentenza, Caifas, quasi avesse voluto impegnarlo a ritrattarsi, per risparmiare al consiglio la penosa necessità di una condanna capitale, chiese nuovamente al Rabbì:

— Io ti fo precetto di dichiararci se sei il Cristo, figlio di Dio.

— Io lo sono, rispose Gesù, e voi vedrete venire sulle nuvole del cielo il figlio dell'uomo, seduto alla dritta del Dio onnipotente.

Tutto era detto. La pena di morte fu decretata.

Uscendo da Hannah, ove io non aveva aperto bocca, il Rabbì ebbe vergogna dei suoi sospetti, e mi disse addio! Io gli susurrai all'orecchio:

— Spera, io non lascio la partita finchè mi resta un dado da giuocare.

Non attesi dunque il risultato del giudizio del sanhedrin cui già prevedevo. Mi recai da Claudia. Ma mettendo il piede nel palazzo di Erode vidi, alla porta del pretorio, una donna, ravvolta in denso velo, domandare di Pilato, inviandogli un foglietto di pergamena. Credetti riconoscere Ida.