XXXI.
Erano ott'ore del mattino[47]. Claudia era appena risvegliata, e Nomas aveva aperto le finestre, permettendo ai primi raggi del sole di nisan (aprile) di venire a folleggiare nel santuario di questa beltà italiana. Nomas mi conosceva, avendomi veduto sovente colla sua padrona, e nella massima intimità. Malgrado tutto ciò, stentai a fare pervenire, ad un'ora così indebita, un piccolo viglietto nel quale la supplicava di ricevermi immediatamente, avendo a parlarle di cose gravi.
Claudia, dopo la effettuazione del suo matrimonio con Pilato, in piena luna di miele, non si copriva più il viso di pappa la notte, onde tener soffice la pelle e fresco il colorito. La sua teletta quindi era meno complicata, e la poteva farsi vedere di buon mattino, non avendo bisogno di levar via l'impiastricciata della notte. Ricevendo il mio viglietto, Claudia mi fece introdurre tosto nel suo gabinetto di teletta, ove venne a raggiungermi alcuni minuti dopo. Io non aveva tempo da perdere in preliminari. Le esposi dunque in poche parole le ragioni che mi conducevano da lei, e l'immenso servizio che le domandavo. Claudia non esitò un momento, perchè il Rabbì l'aveva profondamente colpita. Ella voleva essere sbarazzata di quest'uomo, di sua sorella sopratutto che ella odiava, ma non ne desiderava punto la morte. Voleva anzi inviarlo a Roma con sue lettere, raccomandandolo a Tiberio come un abile indovino.
— Che occorre fare? mi chiese.
— Poca cosa. Ottenere da Pilato che non tenga conto dell'accusa di sacrilegio, e che esigli il Rabbì in qualche città romana della Siria, come punizione del suo delitto politico.
— Pilato può farlo?
— Può tutto, se Pomponius Flaccus non vi si oppone.
— Proverò.
— Ma bisogna far presto. Il tempo stringe. Ascolta! odi tu questo ronzìo nell'aria? Si conduce il prigioniero davanti tuo marito.
— Lo faccio chiamar subito.