L'aprii macchinalmente. Era di Claudia, e diceva:
«Giuda, ho il cuore morso da un sospetto. Conducimi subito il tuo messia, dovessi tu farlo trascinare dai soldati. Ho d'uopo di consultarlo, ad ogni costo. Presto, presto, presto.
«Claudia.»
XIX.
Il Rabbì di Nazareth lasciò la Galilea la notte stessa che avemmo il colloquio in casa di Maria.
In meno di dodici ore, egli aveva traversato la crisi fatale della sua vita. L'attitudine del popolo nella sinagoga, l'aveva scosso la mattina; la prospettiva dell'immenso orizzonte che io aveva spiegato innanzi ai suoi occhi la sera, lo aveva deciso. La sua anima era tocca. In mezzo ad un amaro disinganno, una folgoreggiante visione l'aveva consolato ed esaltato. Ma egli aveva paura della tempesta che aveva scatenata, forse con più precipitazione e più prematura ch'egli stesso non l'avesse desiderato.
Ormai, egli non poteva restare più sotto il bel cielo del suo paese, ove aveva tessuto tanti idillii nella prima fase della sua missione. Dopo aver gettato la sua terribile parola, che lo tratteggiava a figlio di Dio, egli non poteva più abbandonarsi ai dolci amori dell'infanzia, dei fiori, della donna, dei profumi, alla sua morale gaia, alla sua sottile ironia contro le bizzarre pratiche dei Farisei. Gli era mestieri ora regnare nelle regioni della folgore. Ma nessuno lo comprendeva più. I suoi discepoli stessi lo trovavano strano, lo credevano tal fiata demente, si raffreddavano, o si allontanavano. Egli sentiva che doveva arrischiare un colpo decisivo; ed io gli offriva una gran parte, in un grande teatro. Nulla ostante, non credendo alle mie parole, volle assicurarsi dello stato degli spiriti, e per sua propria prova.
Il Rabbì era un cattivo Ebreo. Egli accettava le nostre leggi, le nostre tradizioni, i nostri patriarchi, i nostri profeti e le nostre dottrine, ma tutto sotto benefizio di stretto inventario; e ben poco ne lasciava in piedi dopo il suo esame.
Un abisso separava l'anima sua dall'anima nazionale.
L'Ebreo è materiale, formalista, rozzo, puntiglioso, orgoglioso, crudele, superstizioso, di passioni affatto vive e palpabili. Il Rabbì era dolce, semplice, tollerante, popolare; elevava lo spirito e l'ideale su tutto, e lasciava alla materia una grande libertà di sviluppo. Egli aveva sfiorato le dottrine di Sakya-Mouni, di Gesù figlio di Sirach, di Gamaliel, d'Hillel, d'Antigone da Soco, pigliando da loro i principii di eguaglianza sociale, di carità, di semplicità nel culto e nell'idea di Dio, di fratellanza umana. Ma egli faceva buon mercato del resto dei principii, presi sia nei libri di Mosè e dei profeti, sia nelle masores o tradizioni che formavano il corpo della legge orale. Respingeva, motteggiandola, la massa delle dottrine dei Farisei, come altresì quella dei Sadducei e degli Esseniani. Si alzava solo contro tutti: era egli perciò più alto di tutti? Al regno del popolo ebreo, opponeva quello di Dio. All'aspettazione di un messia più grande di Erode e di Giuda di Gamala, egli offriva un messia paradossale, addobbato ad iperboli incomprensibili, traboccante di promesse che se non erano delle assurdità, lambivano la mentecattaggine. Salomone, Giona, non arrivavano, diceva egli, all'altezza del suo malleolo[1]. Nonostante, la sua opera si riassumeva in un tessuto di frasi oscure, ed alcune guarigioni di ammalati, quali i ciarlatani della piazza pubblica compievano essi pure, e che i maghi egiziani sorpassavano. Non lo si comprendeva, egli diceva, irritandosi sempre maggiormente. Gli era forse vero, ma sta sempre, che avendo urtato profondamente le credenze degli abitanti dei villaggi del lago, sgomentati i Farisei, gettato la diffidenza nella Casa Dorata, egli non poteva più restare nella Galilea. Lo avrebbero perseguitato, e preso in qualche agguato.