Spronato dunque dalla paura, consigliato dalla prudenza di verificare le mie parole, egli partì la notte stessa, seguito da soli due discepoli, l'ambizioso e turbolento Simone, e l'indolente Giovanni, altrettanto ambizioso, ma più poltrone del vecchio marinajo. Questi altresì si aspettavano dal maestro, nel suo regno, dei posti di generali, d'intendenti, di grandi sacerdoti, un'alta posizione in fine, con un ricco seguito di donne, di schiavi, di provincie da governare, di palazzi, di giardini, la porpora, le stanze dorate, e spingevano quindi il Rabbì ai colpi decisivi[2].

Traversarono la regione delle colline della Galilea, e penetrarono nella pianura di Tiro. Percorsero a piedi il paese, dal piano di Sidon fino alle montagne di Gilead, fermandosi poco, fiutando l'opinione pubblica, non predicando nè insegnando; perchè credevano esser seguiti dalle spie dei Farisei.

La cosa che pungeva di più i Farisei, gli era il voltafaccia di Gesù a proposito dei pagani. Egli, che fino allora aveva rispettata la legge della separazione dallo straniero, come impuro, conversava ora con una Samaritana al pozzo di Giacobbe; dormiva sotto il tetto dell'uomo di Sychar; entrava nelle città greche, romane, o fenicie; si mischiava ai credenti di Baal e di Astaroth. Il popolo ebreo non era più per lui il popolo eletto, per il diletto del quale Dio aveva creato questa terra rivestita di fiori e di frutti, questo cielo inondato di astri. Egli credeva all'uomo, questo messia del popolo di Dio.

Il viaggio si faceva in fretta; poichè dal primo suo passo sopra questo suolo, ove l'attività umana si sviluppava con energia, Gesù comprese la situazione degli animi. Questi popoli che correvano il mondo, che trafficavano il mare, che esportavano ed importavano le ricchezze dei differenti climi, che godevano di queste ricchezze nelle orgie che si prolungavano fra due soli, che s'inebbriavano di donne, di vino, di arti, di ornamenti, che abitavano dei palazzi soppannati di seta e risplendenti di marmo e d'oro, questi popoli che divoravano le voluttà della vita, e la vita stessa senza risparmio, non potevano odiare i Romani che loro lasciavano una completa libertà di sviluppo, che l'incoraggiavano e li favorivano. Essi non potevano in nessuna maniera preferire una dominazione giudea, meschina, dura, barbara, limitata nello spirito e nell'attività individuale, che scorgeva in ogni uomo non circonciso un impuro da evitare o da lapidare.

Gesù in questo paese sentiva mancare il suo senso dell'ideale. L'aria voluttuosa che respirava nelle città gli dava la vertigine. Si trovava piccolo, disorientato. Egli che veniva a predicare la supremazia di Dio sull'uomo, l'eclissi dell'uomo dinanzi lo spirito, trovava che qui l'uomo era Dio, e creava come lui. I suoi due discepoli, che non comprendevano nulla alla rivelazione ed alla rivoluzione che si compieva nello spirito del Rabbì, che non avevano come esso una forte energia morale per sostenerli, soccombevano sotto la fatica della corsa vertiginosa che trascinava Gesù.

Il Rabbì vedeva il mondo chiudersi sopra di lui per soffocarlo. La Galilea gl'involava il mondo ideale: qui, il mondo materiale l'assorbiva nella sua esuberanza.

Non potendo fissarsi in questa pianura di Tiro e di Sidon, in queste due città scintillanti di palazzi, ove il popolo lavorava per godere, non potendo, egli credeva, ritornare senza pericolo nella Galilea, Gesù ed i due discepoli vennero a cercar un ricovero nella Decapolis, gruppo di città greche alleate che accampa alla punta meridionale del lago di Gennesareth e sulle due rive del basso Giordano. In mezzo ai Greci ed agli stranieri d'ogni paese che popolavano Hippo, Gadara, Pella, Scitopoli, il Rabbì di Nazareth si credette sicuro.

Ma là pure, la sua anima non aveva eco, nè trovava quell'odio contro la dominazione straniera, di cui io gli aveva parlato, e quel desiderio della dominazione ebrea, che io attribuiva a quei paesi.

Qui, egualmente, il lusso, l'arte, il movimento per abbellire la vita di piaceri e di agiatezze, la scienza, la poesia, l'esistenza facile, le relazioni festevoli, si sviluppavano vivamente. Gli Dei erano umani ed alla buona, e non dei tiranni brontoloni ed arcigni come il Dio degli Ebrei. Omero, Platone, Tucidide, Erodoto, Anacreonte, non facevano punto desiderare il Pentateuco, i libri di Salomone e dei Profeti, di Giobbe e di Daniele. Qui, quell'ideale del popolo ebreo sembrava un cupo e mal costrutto fantasma che era antipatico, ed offendeva lo sguardo. L'ideale stesso di Gesù, così semplice, etereo, si annientava in quell'aria febbrile, pregna di emanazioni umane, dell'eretismo dei sensi. Il Padre ch'egli predicava nel paese giudeo, era qui una creazione fantastica cui Platone aveva già abbozzata nella regione dei sogni. I miracoli trovavansi classificati negli aforismi d'Ippocrate. Quegli allegri bellimbusti dell'Olimpo ne avevano fatto di più belle.

Gesù non potè mantenersi neppure in quell'angolo d'un suolo, d'onde scopriva nondimeno le cime del Carmelo ai cui piedi sorgeva Nazareth sua patria, le roccie bruciate sulle vette delle quali poggiava Cafarnaum ove dimorava sua madre, le spiaggie fiorite ove Magdala lavava i suoi piedi, e cui Maria percorreva gli occhi assetati di rivedere il suo Rabbì.