— Sei almeno felice ora? gli domandò Ida con un accento di sensibilità e di tenerezza infinita.
Pilato esitò un momento a rispondere — è lui stesso che me lo disse poi — indi esclamò:
— Come un uomo che dopo aver delibate le aurore profumate della primavera sotto il cielo della Campania, nel golfo di Baia, si trova trasportato, in pien meriggio, sotto il sole di luglio nelle pianure della Siria. Il sole è bello, splendido, ma brucia ed uccide.
— Il mio amore, gli disse Ida, non ebbe che uno scopo: consolarti dei tuoi misteriosi dolori. Conosco ora questo mistero. Nato dalla compassione, quell'amore non poteva essere che puro e santo. Esso lo fu. Io non ho rimorsi. Il tuo abbandono non è che una cessazione di gioia. Ebbene, si prende l'abitudine del silenzio, della solitudine, del dolore. Tutto ciò ha ancora delle ebbrezze, quando si può dirsi: ho fatto del bene. La macchia che io aveva gettata sulla mia famiglia è lavata: essa mi ha ripudiata. Mia madre, la mia stessa madre non ha voluto rivedermi. Ma la mi ha perdonato; ciò mi basta. Io non tengo più a nulla in questo mondo. Posso partire o restare, cadere o rialzarmi, senza che un occhio amico mi segua, che un pensiero s'attacchi a me. La povera mosca ha preso il volo: essa appartiene oramai allo spazio ed alla natura ingannatrice.
— E se io osassi dirti: Ida, spera! sospirò Pilato scosso profondamente.
— Ti risponderei, replicò Ida, che non ne ho più di bisogno. Chi si preoccupa del domani ha d'uopo della speranza — questo fiore avvelenato. Io non ho dimani, e ne sono felice. La notte ha tutte le voluttà di cui quelle del nulla sono le più inebbrianti. Che m'importa come ciò finirà? Il sole è coricato, ed io non aspetto l'aurora.
In quel momento lo strepito della corte richiamò Ida e Pilato alla situazione cui avevano il torto di aver dimenticata. Il tribuno di guardia al pretorio venne ad annunziare a Pilato, che il gran Consiglio gli inviava un condannato. Il procuratore uscì secondo l'uso e si assise sulla bima. Allora Osea figlio di Elah, oratore del sanhedrin, gli presentò la sentenza del Consiglio ed il prigioniero. Pilato lesse la condanna ed esclamò:
— La morte!
— Sì, rispose Osea. Noi abbiamo una legge: secondo questa legge, egli deve morire, perchè si è fatto figlio di Dio[48].
— Ciò non mi riguarda, disse Pilato con impazienza. La spada di Cesare non vendica gli Dei cui Cesare non conosce.