— Ah! perchè questo popolo non è stato liberato tutti i giorni dell'anno? osservò Bar Abbas.
Il popolo si precipitò fuori della sinagoga.
Il baccanale nella città principiò.
Gerusalemme era una mischianza d'individui di tutte le nazioni, in cui gli Ebrei erano forse in minoranza. Il popolo di Dio era stato in ogni tempo il focolare di vizii vergognosi e bestiali. Gli stranieri, che l'avevano conquistato successivamente, gliene avevano inoculati d'infami, e di empii. L'innesto s'era fatto con rigoglio. Alle dissolutezze che avevamo apprese dall'Egitto, dalla Siria, dalla Persia e dalla Fenicia, Alessandro aggiunse quelle della Grecia, Pompeo quelle di Roma, Erode quelle del mondo intero. Il giorno del purim era quello in cui tutte codeste dissolutezze sguazzavano in pompa reale.
In quel giorno, si sarebbe creduto trovarsi a Roma nella via Sacra, verso l'ora nona. Nulla mancava. Nulla si mascherava, eccetto la virtù per accatastare le briciole delle delizie del vizio. Gli uomini si travestivano da donne, e le donne da uomini, le ragazze da cortigiane, e queste da matrone. Chi aveva qualche cosa da mostrare, la metteva fuori. Chi non aveva di che affusolarsi, si svestiva. Gerusalemme riboccava tutta nelle strade: neppure le madri oneste, e le fanciulle pure restavano a casa. Il pudore diveniva un'impertinenza, un'offesa a Dio. Il Tempio si dava allo sciopero; poichè preti e leviti, membri del Gran Consiglio e del sanhedrin, Simeon, Gamaliel, Caifa stessi, lo stesso Hannah, potevano mascherarsi senza infamia da giocolieri, da istrioni, da maghi, da pontefici idolatri, da becchi, o da buoi, a loro talento.
I bagni pubblici, le stufe, le osterie, gli alberghi, le botteghe dei fornaj, dei beccaj, dei rosticciaj, dei barbieri, dei profumieri, residenze ordinarie della prostituzione, issarono, dall'ora nona, l'insegna di orribili Priapi, e misero delle lanterne a forma di mostruosi phallus. Le cortigiane non erano in tal giorno obbligate a mostrarsi in parrucca bionda, in coculla, o con un pezzo di stoffa di oro sul seno — secondo l'editto degli edili romani, portatoci dai procuratori. Potevano, se loro piaceva, adornarsi della stola, delle bende bianche, e degli stivaletti rossi delle matrone romane. Ma non lo facevano neppur per idea.
Le vie formicolavano di cantoniere venute da tutte le parti della Siria, dall'Assiria, dalla Grecia, da Roma, dall'istessa Gallia. Esse si pavoneggiavano. Talune attillate nelle loro tuniche gialle o verdi, con sandali gialli legati al collo del piede da coreggie dorate, mostravano i piedi nudi, bianchi e provocanti, tenevano il capo avvilupato in un piccolo mantello di stoffa di color vivo, i capelli tinti in giallo con dello zafferano, o in rosso col succo della barbabietola, o in celeste con del pastello, o semplicemente spolverati con polvere d'oro, di lapis, di guado, o stropicciati con cenere profumata. Altre, con vesti babiloniche, o in tuniche di seta, trascinavano delle dalmatiche abbottonate sul davanti, fatte di stoffe dipinte, variate di fiori e ricami, ed avevano sul capo una mitra a colori, o una tiara scarlatta, o un nimbo d'oro. Le preziose, le meravigliose, le famose, che ci venivano dal superfluo di Roma, dietro le legioni, erano vestite di quella stoffa di seta chiamata Tiriana cui un poeta latino (Petronio) addimanda vento tessuto, o di quella garza detta indiana, che era trasparente come una nuvola d'estate, e rendeva più provocante la nudità. Le etere greche col loro grazioso camiciotto di lino aperto sotto le braccia e scendente fino alla vita, in coturni dorati, passeggiavano in lettighe aperte, portate da Abissinii. Alcune, coricate sopra cuscini di porpora, tenendo in mano uno specchio d'argento lisciato, delle palle d'ambra o di cristallo, un ventaglio od un parasole, sporgevano un viso leggermente imbellettato, costellato di piccoli nei onde rialzarne la tinta, mentre una bella schiava le rinfrescava daccanto con delle penne di pavone, precedute e seguite da eunuchi, da fanciulli, da suonatori di flauti, e da nani buffoni. Altre ancora, in toga verde, guidavano esse stesse un carro leggiero. Poi questa a cavallo, quell'altra sopra una mula di Spagna condotta a mano da un negro.
Dietro questo corteggio seguiva un'appendice inevitabile: il libertino, il bertone, vestiti di una clamide scarlatta, celeste, o verde; i suonatori d'arpa, di flauto, e di tamburo venuti dalla Siria; l'auletride jonia — cantante che si scritturava per le feste particolari; — le fellatrici di Lesbos; gli effeminati, i delicati della Frigia — giovani schiavi dai capelli lunghi ed ondeggianti, dai grandi orecchini, dalle tuniche a larghe maniche e dagli stivaletti verdi. Poi i bei giovanotti di Sibaris e di Taranto dalla pelle profumata, i membri epilati, il corpo ricoperto di stoffe trasparenti, come le ninfe. Poi i leziosi e le tribadi di Sparta, che pytismate lubricant orbem (Giovenale), e sono rinomate nelle lotte femminili. V'erano ancora i Marsigliesi dalle dita vellutate, e gli emigranti da Capua e da Opicus, che si prestavano ai piaceri mostruosi. Intorno ed in mezzo a questo nuvolo profumato, scintillante d'oro, di pietre preziose, di seta, di colori vivi, svolazzava quella gioventù d'Alcinous di cui io era il capo — assente in quel giorno — adornata, arricciata, profumata, azzimata di chiridata — la tunica siriaca a maniche lunghe e larghe color ciliegia.
In mezzo a questa folla, la quale assorbiva, incantava, abbagliava la gente onesta di tutti i giorni, si distingueva il mio ipocrita amico Justus, mascherato da saga, che vendeva degli istrumenti infami, messi in mostra su delle ceste portate da schiavi. Quel monellaccio offriva ad un grave membro del Collegio un phallus ad uso della famiglia; ad una matrona, un subliaculum, o arnese della maternità, onde non sopraccaricare di troppi bimbi la famiglia; ad una giovane sposa, una serratura di castità; ad una ragazza una fibula; alle vecchie un enorme fascinum (phallus fittizio in cuojo, tela o seta).
Bar Abbas, a cavallo sopra un asino, era imbacuccato d'un immenso priapo in cartone che gli si rizzava sopra come un astuccio. Portava dinanzi a sè una sporta ripiena di quelle ciambelle di frumento a forme impudiche, che i Romani chiamano coliphia o cunni siliginei, e ne offriva alle donne, che le accettavano senza sembrarne offese. Poi dispensava delle gerse di escremento di coccodrillo, di cerussa, o di gesso, delle fiale piene di non so qual ingrediente, ch'egli indicava agli uomini per quel terribile filtro che le venditrici di profumi dicevano venire da Roma, e chiamavano coppe del desiderio, acqua d'amante, satyricon, bulbus, o hippomane.