Ahimè! avevamo mandato a Roma circa due secoli fa (187 anni av. G. C.) con Lucius Montius, il vincitore di Antioco il Grande, tutto questo mondo di danzatrici, di suonatrici di flauto, di cortigiane, d'eunuchi, d'effeminati, di bertoni, e con essi la lebbra, la terribile elefantiasi, il mal di Venere delle nostre donne, ed il morbus indecens sotto tutte le sue orribili forme. Roma aveva innalzato tutto ciò alla sua grandezza, aggiungendovi le infamie spigolate nel resto del mondo, e ce lo rimandava trionfante, orgoglioso e risplendente.

I nostri Ebrei si contentavano di bere: i poveri, i nostri buoni vini della Siria; i ricchi, i vini della Grecia o di Roma, il cecubo, il falerno, il metimnese, con o senza aromi, e di berne fino al punto, sempre maledicendo, di non più sapere se maledicessero Aman o Mordecai.

Alcuni anni avanti, due pii anziani, Rabba e Zira, avevano bevuto insieme, e si erano altercati, cadendo sotto il tavolo, in tal guisa che Rabba aveva ucciso Zira. All'indomani, quando il vino fu digerito, Rabba, disperato d'aver ucciso il suo amico, pregò Iddio di risuscitarlo, e Dio l'aveva compiacentemente esaudito. L'anno dopo, Rabba propose a Zira di bere ancora insieme; ma Zira rifiutò, pel ridicolo pretesto che Dio potrebbe non voler incomodarsi ogni anno a fare un miracolo.

Mentre l'orgia s'impadroniva della città, all'ora nona, i miei amici ed io, ci preparavamo ad andare a Berachah. Avevo invitato a dividere la nostra festa e ad essere testimonii della mia gioja, Hannah che era stato il mio ambasciatore, i suoi figli, Gamaliel, il suo vecchio padre Simeone, direttore del grande collegio, Justus, che si divertiva attendendo l'ora della partenza, Lazzaro, alcuni altri amici, ed il Rabbì di Nazareth, cui io era andato a snidare dal Tempio ove fin dal mattino predicava ed insegnava.

Traversammo la città, nel momento in cui la gioja era nel suo più grande fermento. In ogni via, degli ubbriachi; in ogni piazza, della musica e dei danzatori; in ogni luogo pubblico, la debolezza; le case pavesate di fiori o di rami d'albero; ad ogni finestra degli spettatori; sopra ogni tetto, delle bandiere, dei preparativi per l'illuminazione della sera. Dapertutto lo schiamazzo; canti a tutti gli angoli delle strade; dei motti allegri o lubrici in tutte le bocche; dei desiderii in tutti gli sguardi, ma anche l'elemosina in tutte le mani. C'incontrammo con Bar Abbas, che arringava in mezzo ad una folla immensa.

— Non vi spaventate, ragazze mie; io sono modesto; venite da me, gravi mamme, io sono discreto; avvicinatevi, le mie vecchie, se la vostra borsa è pregna e ha voglia di partorire, io sono un gaio compare; e voi altri, branco di canaglie, vecchi libertini, preti modesti, gravi farisei, dissoluti avariati, baldracche da elefanti, avanzate pure, io non aggrotto le ciglia, sono un buon diavolo; pennone al vento, ma silenzioso e perseverante. Cosa vi occorre? via, adoratemi un po', io sono quegli che crea e quegli che disfà.

Vedendoci passare, Bar Abbas interruppe la sua allocuzione che io ho resa più modesta. Gli si gittavano degli aranci, della poma, dei torsoli di cavolo. I ragazzi mettevano dell'esca accesa sotto la coda del suo asino, e lo facevano sgambettare come cinquanta istrioni.

— Figli della prostituzione, continuava, lasciate dunque che mi avvicini a quella compagnia di scapati che va non so dove, a papparsi una festa senza di me. Senza di me! e ci sarebbe una festa a Gerusalemme, senza Bar Abbas? Tò! tò! anche mio nipote? Orsù! mucchio di botoli, lasciatemi passare.

Ma essi s'erano attaccati alle sue gambe, alle orecchie ed alla coda del suo asino.

— Dammi una chicca, barbiere della regina Saba, l'apostrofava una ganza dalla gialla mitra persiana.