Quando arrivammo a Berachah, il giorno cadeva. Il cielo era tigrato di rosse nuvole; un vento lamentoso tormentava i rami degli alberi, e rendeva l'aria pungente. Degli avvoltoi si slanciavano dai crepacci delle roccie al rumore dei nostri passi, e la jena squittiva di lontano. Camminavamo silenziosi e preoccupati: nessuno avrebbe detto che andavamo a nozze. Il più sereno di tutti era il Rabbì Galileo, che non sapeva nulla della fidanzata, avendogli detto semplicemente che stavo per maritarmi e che desideravo averlo fra i miei amici. Il più assorto era il sagan. I servi che portavano i regali per la sposa ci seguivano.

La porta della casa di Berachah era chiusa. Il silenzio più completo regnava in quell'abitazione che si sarebbe detta deserta. Thorix ci aprì, ed i miei servi l'aiutarono a ricoverare sotto la tettoja le nostre bestie. Quella corte così bene ordinata, quella fontana il cui getto risuonava nella vasca di marmo, quei vasi di fiori, rigogliosi come se fossimo stati nel mese di maggio, quei verdi arbusti, tutto contrastava con la casa silenziosa di cui Febea ci apriva la porta. Evidentemente non eravamo aspettati. Si era dimenticata la cerimonia che doveva aver luogo, cerimonia pertanto che fissa un'êra nella vita di una donna.

— C'è qual cosa di nuovo? domandai a Febea.

— Niente, mi rispose la vecchia Galla; Moab non è ancor ritornato.

Di guisa che, l'avvenimento più considerevole per quella casa, era l'assenza misteriosa del custode fedele.

— E Ida? chiesi con ansietà.

— Ah! replicò la vecchia, non so. Credo che pianga.

Entrammo nel tablinum. E siccome la notte avanzava, Febea vi accese i lumi. Noah aveva fatto preparare diverse lampade. Questa giovine, bella e fedele schiava, era la sola che s'interessasse a me, e comprendesse il mio amore. Il tablinum fu dunque vivamente rischiarato. Thorix l'aveva profumato con dei vasi di fiori, pei quali egli faceva nelle sue stanze una temperatura tropicale. Riuniti in quella camera, ravvicinati, la conversazione si animò un poco più. I miei servi deposero sulle tavole i regali che avevo portati alla fidanzata. Erano delle pezze di tela di lino di Egitto, delle stoffe tessute di porpora e d'oro nell'isola di Cos, dei tappeti di Mesopotamia, delle garze dell'India, delle stoffe di seta di Tiro e di Babilonia, delle belle tuniche siriache, due magnifiche insista ornate di porpora, delle stoffe ricamate, bianchi veli rigati d'oro e violetto, stivaletti di pelle rossa adornati con oro, una veste galbanata per le feste, delle clamidi turchine ed oro, alcune amicola di lino sottile come un raggio di sole. Poi dei giojelli, orecchini, collane, braccialetti, spilli, fibulae, scheggiali. Poi profumi squisiti di tutte le qualità; la nicerontina, quell'odore soporifero inventato dall'eunuco Nicerontas; il nardo di Persia preparato dalla saga Folia, detto foliatum; il balsamo di Mendes, gli unguenti di Cipro; il nardo Achaemenium, degli olii di Arabia e di Siria, del malobathrum di Sidone; l'olio arabico pei capelli, e quello di mirabolano pel corpo, l'opobalsamum di Gerico, l'amone dell'Assiria, la mirra di Oronte, il timo di Cipro, il cinnamomo dell'India, le pastiglie diapasmate inventate da Cosmos per profumare e rinfrescare l'alito nelle ore dell'amore, l'unguento reale della Partia.... Infine, tutto ciò che l'arte della profumeria di tutti i climi e di tutti i paesi aveva inventato di più soave e di più inebbriante.

Tutto ciò fu posto in bell'ordine su canestrine che stavano sul tavolo, e risplendeva alla luce, deliziando la vista e l'odorato.

Il sagan ed io entrammo in una stanza laterale ove Noah venne a raggiungerci e dirci che Ida fra qualche istante sarebbe pronta. Infrattanto i miei servi, Thorix e Febea presentavano sopra bacini dei frutti canditi, delle bibite agghiacciate, dei vini d'ogni paese, profumati e puri, dell'idromele, ed una quantità di dolciumi che io aveva inviati alcune ore prima.