Il Rabbì di Nazareth aveva dichiarato la guerra al dogma ebreo ed a tutti i partiti della Giudea, senza formulare ancora la sua dottrina, o ravvolgendola in una fraseologia che offendeva il gusto e non rischiarava le intelligenze. I Sadducei, i quali, se non potevano migliorare la loro situazione politica, preferivano conservare la pace al conservare le dottrine giudaiche, s'erano mostrati più tolleranti dinanzi gli attacchi del Rabbì. Gli Esseniani, che vedevano nel suo insegnamento un primo passo verso la effettuazione delle loro idee, si rassegnavano alle ferite che il Rabbì portava loro. Ma i Farisei non sapevano restar impassibili sotto quella doccia incessante di motteggi, di rimproveri, di censure, di villanie, di cui si sentivano sempre più caricati. Avrebbero accettato di transigere con lui, se il Rabbì avesse consentito a piantarsi a dirittura come un principe della loro casa reale maccabea, sostegno della polizia separatista, ammiratore della legge rivelata, ristauratore del regolamento indipendente, e dell'indipendenza; in una parola: re degli Ebrei. Il Rabbì me l'aveva fatto sperare. Io aveva portato a Gerusalemme tale speranza. Adesso, egli mi scattava fra le mani, insistendo, con una pertinacia piena di collera, sopra la necessità d'adottare una nuova legge, un nuovo comandamento, una nuova forma di preghiere, una nuova vita religiosa. Egli profanava il sabato. Faceva buon mercato di ciò che i Farisei credevano impuro. Aboliva i loro riti, ed attaccava la loro rettitudine. Il giorno prima aveva tocco il colmo delle sue invettive. I Farisei avevano portato contro di lui, dinanzi al sanhedrin, l'accusa di cui Bar Abbas aveva inteso parlare alla tavola del sagan, e che aveva raccontata ad Ida.

Il sanhedrin si era radunato alla mattina nella sua sala di discussione, detta Lishcath-ha-Gazith, sul grande bastione della parte occidentale, rimpetto Sion, presso l'entrata principale del Tempio, che dava sulla corte degli Israeliti e su quella dei pagani, per permettere l'entrata agli Ebrei ed ai Greci.

Il sanhedrin si componeva di settanta a settantadue membri, scelti a suffragio, fra gli Ebrei più considerevoli, più ricchi e più vecchi, non solo di Gerusalemme, ma anche dell'Egitto, della Grecia e di Babilonia. Prima di Erode, questo consiglio aveva un potere regio, temporale e spirituale, essendo nell'istesso tempo corte d'appello e corte giurisdizionale, civile e criminale, potendo nominare e deporre i re, nominare i consigli provinciali, decidere delle questioni di pace e di guerra, giudicare le tribù, il gran sacerdote, i falsi profeti, metter in movimento gli eserciti. In breve, questo consiglio aveva diritto assoluto sulle fortune, la vita, la morte, la coscienza dei cittadini, eleggeva i suoi membri, pubblicava sentenze di morte, interpretava la legge ed i libri sacri: Dio ed il sanhedrin non facevano che una cosa sola[9]. Erode condannò a morte tutti i membri di questo corpo — due eccettuati, Hillel e Shammai — e diminuì di molto i poteri del sanhedrin cui riunì intorno a questi due illustri membri. Pilato diminuì ancora i poteri che Erode aveva loro lasciati; ma ciò nondimeno, quelli che loro restavano erano ancora considerevoli. Il governo romano però, si riserbava la legalizzazione dei decreti del sanhedrin avanti la loro esecuzione, eccettuati quelli che riguardavano l'educazione, la liturgia, la fede ed il culto. Dopo gli errori di Gratus, Pilato aveva compreso che questo corpo poteva essere un eccellente alleato, o un nemico terribile.

Il sanhedrin era scelto fra i preti, i leviti e la classe laica degli Ebrei. L'elemento sacerdotale vi dominava. Il gran sacerdote lo presiedeva, o in sua vece, il rettore del gran Collegio, assistito da due segretarii.

Un atto d'accusa contro il Rabbì di Nazareth essendo stato portato il giorno prima, Caifas aveva radunato il sanhedrin, che sedeva in semicerchio intorno a lui. Dopo che l'atto fu letto, siccome occorreva l'unanimità dei membri presenti del consiglio per pronunziare la colpabilità e poi la pena, Caifas domandò se c'era nessuno che volesse presentare delle osservazioni. Nicodemus, un sacerdote della famiglia di Hillel, si alzò e disse:

— Padri della camera del giudizio, la nostra legge ci comanda di non condannare alcuno prima di averlo udito. Ora, ci vien fatta un'accusa contro questo Rabbì, ma le prove mancano. Possiamo noi procedere sopra questo quaderno d'imputazioni soltanto? Possiamo inviare dinanzi al giudice romano una sentenza senza base?

Gli altri membri del sanhedrin, preparati a lanciare un mandato d'arresto contro il Rabbì, tennero conto di questa osservazione, e l'assemblea era per isciogliersi, quando un gran numero di Scribi, leviti, e Farisei irruppero nella sala del consiglio gridando: allo scandalo, alla bestemmia! Raccontarono allora aver udito il Rabbì proclamarsi figlio di Dio, e che egli era lì ancora, sotto il portico di Salomone, per ripeterlo a chi volesse interrogarlo. Questa volta le testimonianze erano concludenti, irrefragabili. Il mandato di arrestare il Rabbì fu spedito all'istante. Gli ufficiali del Tempio ricevettero l'ordine di eseguirlo.

Gesù predicava ancora ed insisteva, colla sua ordinaria tenacità, sopra la sua asserzione.

— Voi dite che io bestemmio perchè ho annunziato che io sono il figlio di Dio? Se io non fo le opere di mio Padre, non mi credete. Ma se le fo, se non volete credere in me, credete in esse; giacchè allora voi potrete conoscere e convincervi che mio Padre è in me, ed io sono in lui[10].

A queste parole gli ufficiali del Tempio si avanzarono per impadronirsi di lui; ma nel medesimo momento, Gneus Priscus entrò sotto il portico, e rivolgendosi a Gesù, gli domandò: