Del resto, nè capelli posticci, tagliati ad una fanciulla d'oltre Reno, ed intrecciati da un'artista del Velabro: nè capelli tinti in biondo, dopo essere stati lavati alla calce, colla pomata del Gallo del circo Massimo; e neppure denti falsi, nè false sopracciglia.

Cinzia portò una coppa d'oro colma di latte d'asina munto in quel momento, ed umettò con esso la crosta di mollica di pane della notte in maniera da farla cadere. Poi Cinzia lavò la pelle prima con dell'acqua tepida, poi con della fredda, in cui durante la notte era restato in fusione del nardo d'Etiopia. Cloe si presentò con una conchiglia d'oro, e dopo aver respirato sopra uno specchio, per mostrare alla sua padrona che il suo alito era puro, e convenientemente profumato dalle pastiglie di Cosmos, umettò con della saliva un pizzico di rosso molto allungato cui distese leggermente sulle labbra di lei. Delia aveva già lavati i denti di Claudia, con una dolce spugna di Bretagna.

Licenziata la coorte delle cosmetes, vennero le acconciatrici dei capelli.

Claudia aveva una ricchezza imbarazzante di capelli neri, soffici, lunghi fino alle ginocchia. Questa parte della teletta era la più molesta; e le accadeva sovente, per impazienza, di mordere, di pungere colla sua spilla, di pizzicare i seni delle sue schiave. Neera teneva lo specchio mobile cui presentava alla sua padrona in tutte le posizioni. Questo specchio non era altro che una piastra d'argento levigata, contornata d'un rilievo d'oro riccamente cesellato ed ornato di perle. Fiale sfece la pettinatura notturna, e diede dell'aria a quelle splendide treccie. Ostilia le profumò di pomate preziose. Nape rotolò con un ferro caldo i piccoli ricci delle tempie e della fronte. Cypassis, una bella negra, intrecciò, annodò ed avvolse in forma di torre le treccie di dietro. Galla le traversò di quel terribile spillone di cui Claudia faceva un uso così omicida nella sua ira.

La fioraia egiziana Nemesis entrò di poi, seguita da due fanciulli etiopi con due corbelli ripieni di fiori, e di rami colti nello stufe. Claudia scelse un ramo di verbena ed alcuni narcisi, cui Phlogis le piantò nelle treccie. Claudia, l'ho già detto, non portava mai gioielli.

Acconciata la testa, toccò la volta alle mani.

Fabulla le lavò con del latte tepido. Lilla le sciacquò all'acqua di rose. Vetustilla le asciugò con una pasta di mandorle profumata, poi con un lino d'Egitto fino come una tela di ragno. Sabina, che aveva tolto il famoso anello di Tiberio, lo rimise all'annulare. Polla tagliò le unghie, e le lucidò con un cosmetico oleoso e profumato. In quel momento, mentre Chione, Clio, Calamide ed Eunoe si occupavano dei piedi di Claudia, d'una bianchezza abbagliante, — quei piedi che davano il batticuore alla gioventù d'Alcinous di Roma, quando ella passava per la Via Sacra, — mentre Glicera le calzava degli stivaletti rossi dai talloni dorati, e che Marcella li annodava con dei cordoni di seta ed oro a quelle caviglie ed a quelle gambe tanto cantate dai poeti, due adolescenti Galli, dai capelli castagni arricciati, e dalla schiappa corta e bianca, portarono lo asciolvere di Claudia.

Uno d'essi teneva sopra un bacino una coppa di murrina che aveva il valore d'una provincia, l'altro un vassoio d'oro con dei frutti. Nella coppa fumava quel brodo squisito di succo di selvaggiume, allungato con della crema, del mele e alcune goccie di vecchio Pollio di Siracusa, inventato da Eumolpe, cuoco, o meglio medico di Claudia. Cleopatra le presentò un pezzo di porpora per asciugarsi le mani, ma Claudia preferì tuffarle nei capelli dei due giovani schiavi.

In quell'istante, venne la volta delle ornatrici. Ma nell'istesso tempo Drusilla, la schiava della porta, annunziò Filottete, Curculio, ed il Rabbì di Nazareth.

Claudia rinviò Curculio, lo schiavo che ogni mattina le raccontava gli avvenimenti della città, ed ordinò di lasciar passare il Rabbì e Filottete.