LUZIO. Ecco qua: tenete.

PRUDENZIO. Ah scevo uomo! latrina fetida! Te farò vedere se un par tuo, inquilino, agricola, incola et accola, transfuga della patria sua, uso andare famulando e rusticando per li tuguri alieni resarcendo el ventre fetido e exausto, debbia un par nostro, òrto nella cittá romulea, soppeditare, inmemore delli suffragi ricevuti nella nostra mansione.

MALFATTO. Ché non pigliate quella spada e correteli dereto? ch'io ve cci voglio lassar andare.

LUZIO. Se nne è andato. Non ce è, no, mastro.

PRUDENZIO. Non si curi! So bene che non ospitará piú in casa nostra.

MALFATTO. Meglio andamo a dormire, ché se cce passará questa stizza.

PRUDENZIO. Non me romper la testa.

MALFATTO. Che so io? Lo dico perché potrete cantare ancora domani a sera.

PRUDENZIO. Taci, se non vòi ch'io ti trasverberi con quell'ense.

SCENA VIII