RUFINO. Hamelo detto Filippa ch'io vel dica. E io dubito che non vi sturbi.

CURZIO. Sturbar lui mene?

RUFINO. Signor sí. È perché non sapete che le donne sempre se attacano al peggio.

CURZIO. Guardise pur ch'io non gl'impari a far le concordanzie a suo mal grado. Lui non mi deve cognoscere anco, ah?

RUFINO. Voi avete el torto, ché le cose belle piacciono a ognuno.

CURZIO. Tel concedo, questo. Ma non cognosce lui che quella non è farina da' suoi denti?

RUFINO. Anzi, lui si pensa che, per aver quattro letteruzze affumate, che tutte le donne di questa cittá siano obligate a volergli bene.

CURZIO. Non ne parliam piú. Caminamo: ch'io voglio che tu vadi poi insino a casa di Filippa e che concludi el tutto. E promettegli ciò ch'ella vuole.

RUFINO. Se io gli prometto ciò ch'ella vole, noi stiam conci!

CURZIO. E perché?