RUFINO. Per ciò che non gli basteria un papato.

CURZIO. Se intende ch'ella abbi a chiedere cose possibili e non quelle che non si ponno. Si sa bene ch'io non sono bastante a dargli delle stelle del cielo.

SCENA II

LUZIO e MINIO scolari, CECA serva.

LUZIO. Lassame caminare, ché 'l mastro non me dia un cavallo; ché me par sia troppo tardi e sai che sempre me fa sdelacciare le calze e me alza la camisa e me dá, qualche volta, con una scuriata cosí grossa cotta nell'aceto. Io ho robbato un pezzo de legno in casa per scaldarme, adesso che fa freddo. E sai che lo mastro vole che oggi incominci li latini per li passivi e poi me vole leggere la Boccolica. Ma, alla fé, poi ch'io sono qua, voglio chiamare Minio e vedere se vole venire con esso meco alla scola: ben che lui non impara se non la santa croce. Tic, toc.

CECA. Chi è lá?

LUZIO. Ècci Minio, in casa?

CECA. Sí, è. Che ne vòi fare?

LUZIO. Ditegli se vol venir alla scola.

CECA. Sí, sí. Aspetta.