RUFINO. Patrone, è pazzia a dolersene; per ciò che di continuo ci sono nove materie da dire sui fatti loro e non trovo persona che se ne lodi.

CURZIO. Non dire cosí, ché ve nne sonno pur assai de quegli che della loro servitú godeno. E, fra gli altri, el Belo, a cui la mercé del signore Francesco Orsino de Aragona abate de Farfa gli ha donato possessione e campi: di sorte ch'egli, per quello ch'io ne intendo, l'ha fatto ritornare ai studi da' quali, per essere poco pregiati appresso dei piú, allontanato se n'era.

RUFINO. Ed io l'ho inteso molto da molti lodare; ma un fiore non fa primavera.

CURZIO. Che val dir quel menar di capo e quel maravigliarsi che tu fai?
A che pensi?

RUFINO. Penso ch'io v'ho voluto dire una cosa parecchie volte e sempre mi è uscita di mente.

CURZIO. Qualche bugia deve essere, però.

RUFINO. O bugia o veritá, io vel vo' dire. Io mi sono giá imbattuto doi volte in una giovane che tutta a madonna Fulvia vostra si rassomeglia.

CURZIO. E dove l'hai tu incontrata?

RUFINO. Qua giú, che usciva de un certo monestero, e parvemi ch'ella avessi la Rita con esso lei.

CURZIO. In che luogo sta quel monestero? come se chiama?