Siamo entrati nel porto. Garibaldi approdò a sinistra, sul Piemonte. Bixio con quella furia che fu memorabile in lui, virò a destra, arenando col Lombardo; La flotta napoletana, informata col Semaforo del nostro arrivo, ci corse subito incontro; siamo scesi in mezzo alla mitraglia, ma Marsala fu occupata.
La notte dall'11 al 12 maggio la passammo vegliando ed aspettando il nemico, che non si fece vedere. Abbiamo dovuto marciare su Calatafimi per incontrarlo.
A Calatafimi il generale Landi disponeva di 8 mila uomini di ogni arma; cavalleria, artiglieria, fanteria e cacciatori.
Garibaldi aveva il comando di appena 1600 uomini con cattivi fucili, meno le 100 carabine, che erano in mano ai genovesi; e dei 1600 uomini non tutti entrarono in battaglia.
Il nemico era postato sopra una collina, la quale chiamasi il pianto dei Romani. [pg!30]
Questa collina è sottostante al monte sul quale siede la città di Calatafimi.
Fummo più volte provocati dal nemico; ma Garibaldi impose di stare tranquilli, anche quando il nemico era alla portata del fucile.
Finalmente la battaglia si impegnò; i volontari, Garibaldi alla testa, montarono all'assalto, decimati dalla mitraglia; si giunse sul luogo nel quale era schierato il nemico; la lotta divenne ostinata e dura; più volte si venne all'attacco, e più volte i soldati regi soperchianti con forze nuove, pareva volessero superarci. La bandiera italiana, sulla quale era lo scudo di Savoia, fu poderosamente contrastata, e Schiaffino cadde morto stringendola e impedendo che altri la prendesse; Menotti allora l'afferra, e la lotta continua, senza permettere ai Borbonici che si impossessassero del sacro vessillo; Garibaldi, in mezzo a suoi, grida:
«Qui bisogna vincere o morire. Non si indietreggia (Applausi frenetici).»
Ancora una carica alla baionetta; ed il nemico è vinto (Nuovi applausi prolungati).