Un errore del Mancini, commesso già prima della firma del trattato, accrebbe gli ostacoli al miglioramento della situazione. Quando egli fece annunziare al gabinetto austro-ungarico il desiderio del re Umberto di visitare l'Imperatore, non richiese impegni per la restituzione a Roma della visita; anzi non fece motto di restituzione; e non già per oblio — che i suoi collaboratori, primo fra tutti l'ambasciatore Robilant, l'avrebbero avvertito — ma perchè, conoscendo gli umori dominanti nelle alte sfere austriache, sapeva che se avesse fatto condizione della venuta a Roma dell'Imperatore, il viaggio progettato sarebbe andato a monte.
Quell'errore danneggiò nell'opinione pubblica il clima dell'alleanza, e ne durano gli effetti; poichè parve, e pare tuttavia, che l'Austria non ci trattasse colla considerazione che ci era dovuta. Esso ebbe anche una conseguenza a breve distanza, giacchè impedì che i Reali d'Italia si recassero a Berlino nel 1883 a visitare il glorioso Guglielmo I.
Il principe di Bismarck aveva mosso per il primo la pedina,, facendo dire alla Consulta dall'ambasciatore Keudell che i Sovrani italiani erano desideratissimi in Germania e che l'Imperatore avrebbe accolto con grande gioia una loro visita. Aveva, bensì, avvertito nello stesso tempo che, sebbene Guglielmo non avesse difficoltà a recarsi a Roma, sarebbe stato poco prudente fare intraprendere il lungo viaggio ad un vegliardo di 86 anni. Il principe ereditario, Federico Guglielmo, avrebbe potuto sostituire il padre.
Se fosse mancato il precedente austriaco, la proposta avrebbe potuto accettarsi, perchè ragionevole sarebbe stato il motivo della sostituzione; e del resto il principe Federico Guglielmo, già recatosi a Roma pei funerali di Vittorio Emanuele, aveva lasciato in Italia ottimo ricordo di sè. Ma dopo l'astensione di Francesco Giuseppe era impossibile transigere.
Il principe di Bismarck desiderava tanto la visita dei Sovrani d'Italia che, il 1.º marzo 1883, conversando col duca Tomaso di Savoia, il quale si trovava in Germania pel suo matrimonio con la principessa Isabella di Baviera, portò il discorso sul vagheggiato viaggio reale, del quale il Duca nulla sapeva.
È interessante, a proposito di questo incontro, riferire il giudizio espresso al duca di Genova dal principe di Bismarck circa la situazione internazionale di allora.
“Egli disse che i buoni rapporti tra la Germania e l'Italia erano una conseguenza naturale del fatto che gl'interessi di queste due Potenze non divergevano, anzi cospiravano al mantenimento della pace generale. Lo stesso è a dirsi delle relazioni del Gabinetto di Berlino con quello austriaco; l'Austria aveva completamente rinunziato alla sua antica politica di lotta e di dominazione in Germania come in Italia, politica che era stata nel passato cagione di grande debolezza per la Casa degli Asburgo. Per ciò la Germania si trovava allora in una intimità perfetta col vicino impero, la quale non poteva non influire sui rapporti italo-austriaci. L'accordo di queste tre Potenze — soggiunse il Principe — offre una solida e mutua garanzia dal punto di vista difensivo. Il Gabinetto di Berlino non pensa ad attaccare nessuno, ma è pronto e risoluto, offrendosene l'occasione, a respingere energicamente qualsiasi aggressione. Il pericolo viene dalla Francia, dove le passioni sono sempre in ebollizione, e dalla Russia, dove, per non citare che un solo dettaglio, l'esercito è malcontento. Le truppe sono sparse su di un territorio vasto: l'ufficiale, relegato nelle piccole guarnigioni, si annoia, e preferisce la guerra ad una vita non solamente manchevole di ogni distrazione, ma circondata da molte privazioni.„
I Reali d'Italia non andarono a Berlino, e tuttavia Federico Guglielmo venne ufficialmente a Roma nel dicembre di quell'anno 1883 per ringraziare — si disse — il Re delle accoglienze straordinarie ricevute in Genova, ma in realtà perchè il Bismarck volle dare una pubblica prova, ammonitrice per i presunti nemici della Germania, degli eccellenti rapporti che questa teneva con l'Italia. Della qual cosa si fu scontenti a Vienna, perchè le feste tributate al principe ereditario germanico fecero risaltare la freddezza delle relazioni italo-austriache, e ricordare che Francesco Giuseppe era in debito di una visita doverosa.
Il Ministero Depretis-Mancini, timoroso di irritare la Francia, già in allarme per la voce corsa sui giornali dell'esistenza di una alleanza, era piuttosto imbarazzato che contento delle ostentazioni dell'intimità italo-germanica. E la sua condotta ispirò a tale preoccupazione, commettendo l'errore, che è stato di poi ripetuto, di rinunziare a trarre dall'alleanza i vantaggi che essa poteva dare, per correre dietro alla fisima di una amicizia con la Francia, chiaritasi chimerica per l'impresa di Tunisi, e ad ogni modo allora incompatibile coi legami stretti con la Germania.
Così, mentre l'alleanza austro-germanica diveniva sempre più cordiale e raggiungeva lo scopo di fronte alla Russia, la quale nel marzo 1884 si riavvicinava ai due imperi centrali, l'Italia era in sospetto a tutti, e negletta dagli alleati.