Alle Delegazioni, il ministro Tisza, rispondendo ad una interpellanza Helfy, aveva parlato delle relazioni estere dell'Austria-Ungheria senza accennare all'Italia; e nel Parlamento austriaco il ministro Taaffe aveva mantenuto un'attitudine passiva a fronte del linguaggio offensivo verso l'Italia di un deputato dalmata di razza slava. Le diffidenze e il malvolere delle classi dirigenti austriache apparivano ad ogni occasione. Nè migliori disposizioni si notavano nel governo germanico, chè anche il principe di Bismarck ci manifestava marcatamente la sua noncuranza.
L'on. Mancini fortemente si lagnava di tutto ciò. All'infuori dei termini del trattato, dei casi previsti, non derivava dal fatto stesso dell'alleanza l'obbligo dell'assistenza fin là dove cominciasse per avventura il conflitto d'interessi tra l'uno e gli altri alleati? Così egli aveva interpretato il patto in ogni circostanza, ma diversamente gli alleati si regolavano nelle questioni d'interesse italiano. Perchè?
L'on. Mancini restò al Ministero sino al 29 giugno 1885; gli successe, dopo un breve interim del Depretis, il Robilant, il quale il 6 ottobre di quell'anno passò dall'ambasciata di Vienna alla Consulta. Aveva fatto buona prova come diplomatico e acquistato prestigio presso le Cancellerie d'Europa pel suo carattere diritto, per i suoi nobili sentimenti, per la sua intelligenza. Questo prestigio personale giovò al paese, perchè conferì al nuovo ministro l'autorità necessaria presso il principe di Bismarck ed il conte Kálnoky per fare includere nel trattato della Triplice Alleanza la tutela di taluni interessi italiani.
Si può dire che l'esistenza ministeriale del conte di Robilant sia stata tutta dedicata alla rinnovazione del trattato. Poco soddisfatto delle stipulazioni del 1882, pur da lui negoziate a Vienna in momenti nei quali l'Italia si offriva, l'esperienza gliene avea dimostrate le lacune, e si propose di colmarle.
I due gabinetti di Vienna e di Berlino gli manifestarono subito il desiderio di continuare l'alleanza; ed egli, consentendo in massima, prese tempo per aprire le trattative. Scartava l'idea di non continuarla, come quella di rinnovarla tale e quale; ma per proporre nuovi patti bisognava pensarvi, e l'Italia non doveva far vedere che avesse fretta.
Il 19 ottobre il principe di Bismarck, rispondendo al saluto dal conte di Robilant inviatogli nell'assumere il nuovo ufficio, gli fece sapere che le sue parole avevano prodotto in lui la migliore impressione, e che per fargli cosa gradita avrebbe ricevuto a Friedrichsruh l'ambasciatore di Launay.
Il conte di Launay fece la visita il 24; il giorno precedente era stato dal Gran Cancelliere l'ambasciatore francese. Il Principe accennò al nuovo trattato, si disse disposto a renderlo più pratico ed intimo, non fece obbiezioni all'osservazione del di Launay che per allora non si chiedeva altro che preparare il terreno, migliorando la pratica dei patti esistenti. Poi, con evidente sincerità, gli parlò della situazione:
“Allo scopo di mantenere la pace egli aveva cercato, dal trattato di Versailles in poi, di rimanere in buoni termini con la Francia, di non ostacolarla nella sua politica di espansione in Tunisia, in Cina, nel Madagascar e sulla costa occidentale d'Africa. Le dava così qualche indennizzo, qualche soddisfazione d'amor proprio; ma le aveva anche fatto comprendere chiaramente che doveva rinunziare per sempre all'Alsazia. Seguendo lo stesso ordine di idee, egli era divenuto in certo modo, specialmente in Egitto, l'ausiliario degli interessi francesi. Ma i suoi sforzi erano stati sterili. La sua assiduità, la sua quasi servilità nel corso degli ultimi quindici anni, era stata una delusione. La Francia, nelle sue grandi correnti d'opinione pubblica, pensa sempre alla rivincita, e se la prende con tutti coloro che non partecipano ai suoi rancori. Essa ne ha data l'ultima prova nell'affare delle Caroline. Le recenti elezioni generali avranno, d'altronde, come risultato la tendenza del suo governo verso il radicalismo. E in tali circostanze il Cancelliere riconosceva l'accresciuta importanza dell'accordo fra i tre Imperi e l'Italia. Egli aveva destinato allora all'ambasciata di Londra il conte di Hatzfeldt, che sarebbe riuscito meglio del Münster a stabilire anche un ravvicinamento con l'Inghilterra„.
Il ministro Robilant, deciso a non prendere l'iniziativa dei negoziati, fu contento dell'accoglienza fatta dal Principe al concetto che il nuovo trattato dovesse dare soddisfazione alle legittime e modeste esigenze dell'Italia, ed attese. Finalmente, in ottobre 1886, il principe di Bismarck fece il primo passo, dichiarandosi pronto ad aprire le trattative tanto a Roma che a Vienna. Il Robilant dapprima nicchiò, dichiarando che con o senza alleanza, l'Italia avrebbe proceduto d'accordo con la Germania e con l'Austria-Ungheria; poi disse che l'opinione pubblica italiana non vedeva i benefici dell'alleanza, che gli alleati non avevano mai dato all'Italia una prova di fiducia completa, che Bismarck non trovava mai tempo per conferire personalmente con l'ambasciatore d'Italia. Queste lagnanze e la riluttanza, più apparente che reale, a rinnovare il trattato, fecero il loro effetto. In realtà, grave impressione avrebbe prodotto la cessazione dell'alleanza, e la Germania, tra la Francia nemica e la Russia poco benevola, non sarebbe stata tranquilla: disse ciò spontaneamente il Keudell. Onde le condizioni poste dappoi dal Robilant, le quali si riassumevano nella garanzia dello statu-quo nel Mediterraneo e nella Penisola Balcanica, furono accettate.
La redazione dei nuovi patti, dopo un lungo scambio di proposte e contro-proposte, fu pronta il 19 febbraio 1887; l'indomani essi furono firmati a Berlino.