Nel momento in cui sembrava che il governo di Pietroburgo, non rendendosi esatto conto delle reali disposizioni delle grandi Potenze, volesse col suo intervento armato riprendere in Bulgaria l'influenza che gli sfuggiva, Crispi ebbe la visione della guerra e ricordò gli impegni assunti dall'Italia per il mantenimento dello statu quo. Certamente egli non desiderava la guerra e fece quanto era in lui perchè la Russia abbassasse il tono delle sue proteste accorgendosi di aver contro sè quasi tutta l'Europa; ma sentiva il dovere di preparare l'Italia al possibile cimento. Il ricordo di Crimea era presente al suo spirito; come allora il Piemonte, in rappresentanza dell'Italia, aveva conquistato il diritto di farsi ascoltare, la partecipazione ad una guerra ben condotta avrebbe potuto dare gloria all'Italia e l'animo e il prestigio necessarii a riguadagnare il tempo e le occasioni perdute.

Dato che il conflitto nascesse, in qual modo l'Italia avrebbe mandato sul teatro di esso il proprio contingente? Non vi avevano pensato. Onde Crispi, il 29 agosto, telegrafò all'Ambasciatore italiano a Londra:

«Speriamo che si allontani il caso di una comune azione, ma le minaccie della Russia contro la Bulgaria, delle quali fu tenuto discorso nei vostri dispacci del 26 volgente, ci devono preoccupare ove fossero ripetute e seguite dai fatti. Ciò posto, credo necessario che fra i due governi si stabiliscano le linee principali del possibile intervento armato e la parte di cooperazione che competerebbe all'Inghilterra ed all'Italia.

Ove Sua Signoria fosse del nostro parere, converrebbe stabilire la relativa convenzione militare, e nell'affermativa noi saremmo disposti a mandare in Londra uno dei nostri ufficiali, qualora Sua Signoria non preferisse di mandare un ufficiale inglese a Roma.

In coteste materie non bisogna attendere il momento del pericolo, ma tenersi pronti e preparati pel momento opportuno.»

L'Incaricato di affari italiano, T. Catalani, rispose il 31 agosto:

«Lord Salisbury mi ha pregato di far gradire a V. E. i sentimenti della sua viva riconoscenza per la proposta relativa ad una convenzione militare. Egli mi ha detto che presentandosene l'occasione sarebbe fiero della cooperazione dell'esercito italiano e che poteva giungere il momento in cui essa fosse necessaria. Ma S. S. ha soggiunto che sino a quando il pericolo di guerra non era imminente, la costituzione politica di questo paese e la tradizione legatagli dai suoi predecessori lo ponevano nella impossibilità di stipulare un atto di tal genere.

Nel momento attuale, sembra che ogni pericolo in Bulgaria sia da scartarsi. Il sig. De Giers ha vivamente smentito i progetti di occupazione attribuiti alla Russia, attenuato il significato della comunicazione a Chakir pascià ed espresso il suo desiderio di mantenere la pace.

Inoltre l'ambasciatore di Germania, che aveva allora allora lasciato il Foreign Office, l'aveva assicurato che il principe di Bismarck vede schiarirsi l'orizzonte; e una comunicazione ricevuta dal conte Kálnoky riguardava la situazione nello stesso modo. Non era più questione dell'invio del generale Ehrenroth, il quale d'altronde non avrebbe potuto entrare in Bulgaria, poichè i bulgari l'avrebbero impedito con la forza.

Nulla dunque giustifica la stipulazione di una convenzione, la quale avrebbe presentato un pericolo per il governo, poichè, malgrado tutte le precauzioni possibili, il segreto non potrebbe mantenersi e una interpellanza alla Camera metterebbe il governo nella condizione di renderla pubblica.