Essa prevedeva forse i tempi nuovi, e tendeva a prevenirli con una certa quale trasformazione della sua signoria — cercando di collegare i suoi interessi politici agli interessi materiali delle popolazioni italiane.

Non potendo spingersi sino a Napoli, ove il Borbone non accettò mai l'ingerenza austriaca, l'Austria progettò infatti allora, pei Ducati e per la Santa Sede, dei trattati di commercio che, sussidiati da guarnigioni austriache, dovevano costituire gli Stati italiani in uno Zollwerein da lei diretto ed ispirato.

È in questo conflitto d'influenze e d'ambizioni fra la Francia e l'Austria, oltre che nel desiderio delle frontiere, che bisogna ricercare le ragioni della guerra d'Italia. Se dubbio fosse stato possibile da principio, l'avrebbe dimostrato chiaramente il modo con cui la guerra fu condotta.

I mazziniani, i quali erano allora si può dire i soli apostoli dell'idea unitaria, sentirono tutto questo. Mazzini definì esattamente lo scopo e predisse il termine della guerra, ed in un suo manifesto — tanto egli ne era convinto — disse che la guerra sarebbe stata comandata da Napoleone, e terminata quando a lui sarebbe piaciuto e convenuto.

Intanto, ad estrinsecare l'idea della federazione, Napoleone manda in Toscana un corpo d'esercito comandato dal principe Gerolamo.

Nella mente dell'Imperatore, la Toscana doveva costituire il regno d'Etruria, del quale Gerolamo stesso sarebbe stato il Re, o meglio il vicerè, dovendo lo Stato da Parigi ricevere la parola d'ordine della propria esistenza politica e commerciale.

Ma le previsioni napoleoniche andarono fallite. Gerolamo invece che alle voci di: Viva la Toscana! Viva la Francia! è accolto dalle grida di: Viva l'Italia! Il seme gettatovi dai mazziniani già aveva germogliato e l'idea federativa, sulla quale contava Napoleone per dominare i piccoli Stati che egli andava formando nella sua mente, aveva ceduto il posto alla grande idea italiana unitaria.

I rimproveri di molti francesi furono dunque ingiusti. Al pari di Thiers, anche Napoleone III credeva, e prima di lui lo aveva creduto Napoleone I, che un'Italia debole e disunita fosse nell'interesse della Francia: e fu appunto per tenerla debole e disunita, e per sottrarla al dominio dell'Austria, per farla tributaria della Francia, che egli vi scese.

S'egli non vi riuscì, non fu sua colpa. Gli avvenimenti lo ingannarono e furono maggiori di lui e della sua volontà; ma egli non trascurò mezzo per arrestarne il corso, e per annullarne le conseguenze.

Accortosi, infatti, del grande progresso fatto dall'idea unitaria, egli dimentica il programma con cui aveva lusingato gl'italiani per averne il concorso, e dopo una vittoria che gli avrebbe permesso di cacciar l'Austria da tutta l'Italia, conclude l'armistizio, e, senza nemmeno avvertirne il suo alleato, firma i preliminari di quella pace di Villafranca che dapprincipio non voleva essere creduta nemmeno dai ministri di Vittorio Emanuele.