Gli sforzi dell'Italia indignata s'infrangono ad Aspromonte, e l'alba del nuovo regno è così, per la Francia, funestata da una tragedia, che è ancor viva e palpitante nel cuore di tutti gli italiani.
Ma la politica francese non muta. L'organizzazione del brigantaggio non bastandole più, eccola infatti affacciarne dinanzi al mondo la più patente protezione.
Il 10 luglio 1863 approda a Genova l'Aunis delle Messaggerie Marittime, portando seco sei briganti disposti ad esiliarsi; fra essi è La-Gala. Il governo italiano vuole impadronirsene. La Francia pretende che non si arrestino, che le vengano consegnati. E così si fa; il tricolore francese garentisce la vita e la libertà di assassini infami, infliggendo all'Italia la vergogna di non poter punire il delitto, il delitto contro la patria e contro l'umanità.
Ma non basta.
Napoleone, per quanto lungi dall'essere un grand'uomo politico, aveva però criterio sufficiente a comprendere come, dopo la proclamazione di Roma a capitale d'Italia, fosse quella una questione destinata a rimanere aperta. Ed ecco che, a chiuderla, egli escogita la Convenzione del 15 settembre 1864, la quale altro non voleva nè poteva significare che una rinunzia a Roma. Per essa infatti si trasportava la Capitale in un punto centrale d'Italia, e s'impegnava l'Italia non solo a riconoscere lo Stato Pontificio, non solo a non attaccarlo, ma ad impedire che fosse attaccato: più, le si faceva assumere una parte del Debito pubblico della Santa Sede, dando così a questa i fondi per organizzare e pagare quell'esercito che doveva vegliare a che Roma non divenisse italiana.
Tutti si attendevano che Napoleone avrebbe almeno rispettato cotesta Convenzione di settembre, così umiliante per l'Italia. Niente affatto.
Nella Convenzione era scritto, che la Francia avrebbe ritirato le sue truppe dal territorio pontificio. Parve che le ritirasse, ma in sostanza i soldati francesi furono arruolati nell'esercito papale.[20]
Ma era Roma soltanto che Napoleone contendeva all'Italia?
Il 1866 reca l'alleanza italo-tedesca. Napoleone III accorda generosamente il permesso di quell'alleanza, ma impone il modo e la durata della guerra all'Austria. Con l'Austria egli tratta anche segretamente. Egli comprende che la guerra era inevitabile per l'Italia, ma teme che questa esca troppo rafforzata dalla vittoria. Quindi ogni suo sforzo è inteso ad impedire una buona prova delle nostre armi: ed egli fa sì che la guerra si chiuda con una vergogna della nostra politica, imponendo al Governo italiano l'accettazione del Veneto dalle mani non più dell'Austria, ma della Francia stessa, lasciando l'Italia senza frontiera orientale, dopo averle tolto la frontiera occidentale.
Il conte Vitzthum, confidente del conte di Beust, era stato da lui incaricato di una segreta missione presso il governo imperiale di Francia. Egli arrivò a Parigi il 26 giugno 1866, quando giungevan colà le notizie di Custoza. Egli ha narrato l'impressione prodotta colà da quelle notizie nel suo libro London, Gastein und Sadowa, così: