Dopo il 1870 la Francia non ha praticato verso l'Italia che una politica di dispetti e di risentimenti. Convinta che l'Italia non volle aiutarla nel terribile conflitto ch'ebbe a sostenere con la Germania, il governo repubblicano, seguendo i pregiudizi del governo imperiale e tenendo lo stesso contegno orgoglioso, anzichè dissipare i malintesi e lavorare a rendersi amico il popolo italiano, lo ingiuriava, lo disprezzava, lo minacciava, e però se lo rendeva più ostile. Se avesse studiato i precedenti, avrebbe compreso che giustamente il popolo italiano aveva veduta come una liberazione la scomparsa dell'Impero, il quale con le sue esigenze ed i suoi arbitrii aveva dispotizzato sull'amministrazione italiana e impedito la liberazione di Roma. Si aggiunga che, anche volendo, l'Italia non avrebbe potuto aiutare l'Impero, poichè, pochi mesi prima che cominciassero le ostilità, il governo, incauto e impreviggente, aveva disarmato. Ed esponendoci a tutti i danni, compreso quello di non aver Roma, chi ci avrebbe inoltre garantito del contegno dell'Austria? Non era possibile che la Prussia, vedendosi attaccata dall'Italia, che non aveva alcun motivo per dichiararle la guerra, avrebbe trovato modo d'intendersi con l'Austria? Date queste eventualità, noi avremmo potuto perdere i beneficî ottenuti nell'ultimo decennio per l'unificazione della Patria!

Orbene, considerando tutte coteste cose, il governo della Repubblica avrebbe dovuto fare una politica amica per conquistarsi l'amicizia dell'Italia che l'Impero aveva perduta. Una politica di pace, di rispetto, di fratellanza avrebbe impedito la costituzione della Triplice Alleanza, e ci avrebbe avviati veramente all'unione delle Potenze mediterranee.

La terza repubblica in Francia surse dopo un disastro nazionale. Non fu l'effetto di una rivoluzione, nè di una cospirazione.

L'Impero ucciso a Sedan, difficilmente avrebbe potuto risorgere. Il solo che avrebbe potuto dargli vita era Bismarck, ed egli non volle.

La monarchia del diritto divino non era pronta ad occupare il trono. La monarchia di luglio non aveva il coraggio di assumere il potere, ed in quei momenti di abbattimento per le inattese sconfitte, nissuno avrebbe osato rilevare una dinastia che nulla aveva fatto per meritarsi l'amore della Francia.

La sede essendo vacante, fu facile ai parigini di proclamare la sovranità del popolo. E lo fecero con timidezza e quasi incerti del domani. Il governo provvisorio assunse il titolo di difensore della nazione, si costituì come una necessità del momento, e pei bisogni del momento, che erano quelli di respingere la invasione straniera.

Quando nella sala dei Cinquecento, a Firenze, giunse la notizia che il 4 settembre a Parigi era stata proclamata la Repubblica, coloro i quali ricordavano i prodigi del 1792, credettero che la Francia avrebbe dato una nuova prova della sua energia e che i prussiani sarebbero stati cacciati.

I più prudenti riflettevano che i tempi erano diversi, e che l'Europa d'oggi non era quella del '92. Soggiungevano che l'eroismo oggi non ha l'efficacia dei tempi antichi e che il valore del soldato non influisce più sulla sorte delle battaglie. L'arma moderna è una macchina che lavora in lontananza e che rende impossibile la lotta a corpo a corpo. Vince colui che ha saputo raccogliere il maggior numero di soldati ed ha saputo armarli del fucile a tiro rapido e di più lunga gettata. Anche le insurrezioni oggi non possono più avere il successo di prima.

E dubito molto che una insurrezione sarebbe stata possibile a Parigi, e che la Repubblica sarebbe potuta nascere in conseguenza di un movimento popolare. I francesi in genere non sono fatti per cospirare, e lo vidi e me ne convinsi durante il mio soggiorno nella grande capitale.

Dopo le giornate di giugno 1848 e dopo il colpo di Stato del 2 dicembre, Cavaignac prima e Luigi Bonaparte dopo purgarono Parigi di tutta quella massa di spostati, uomini di una vita costantemente incerta, speculatori nel disordine, che sono l'avanguardia delle insurrezioni e dei quali si valgono tutte le fazioni politiche.