Oggi, bisogna che la Francia dimentichi la storia del suo predominio e della sua influenza al di qua delle Alpi. Bisogna che riconosca e si abitui a riconoscere che la nazione italiana vale quanto la francese, e che deve, come la francese, godere della sua indipendenza e fruirne nel consesso delle nazioni».
Per la prima volta il 25 giugno 1887, alla Camera, l'on. Crispi fece una dichiarazione riflettente la Francia, dal banco dei ministri, in rappresentanza dell'on. ministro degli Affari esteri che era assente. S'interpellava “sugli intendimenti precisi del governo in merito al concorso dell'Italia all'Esposizione universale di Parigi nel 1889„.
Quella glorificazione della grande rivoluzione e quindi del rovesciamento della monarchia in Francia accompagnato dagli orrori ben noti, non poteva andare a genio ai governi monarchici d'Europa; e infatti tutte le grandi Potenze, a incominciare dall'Inghilterra, declinarono l'invito di partecipare ufficialmente all'Esposizione di Parigi; la Russia dichiarò espressamente “l'impossibilità del governo imperiale di associarsi ad una solennità intesa a glorificare dei principii che stanno in diretta dissonanza con quelli su cui poggia la sovranità degli Czar„.
Quando l'on. Crispi manifestò gl'intendimenti del governo italiano, gli altri governi avevano già declinato l'invito; ond'egli potè dire che se l'Italia fosse intervenuta, mentre le altre grandi Potenze si astenevano, il suo intervento avrebbe assunto un significato politico che non gli si voleva dare. Ma fece altresì calde dichiarazioni di amicizia per la Francia, la quale non poteva lagnarsi dell'Italia perchè non prendeva parte ad una Esposizione Universale che non sarebbe stata più tale.
La stampa francese però non volle perdere l'occasione per imputare all'on. Crispi preconcetti miso-gallici e passiva obbedienza alla Germania; la quale, invece, aveva dapprima circondato il suo rifiuto di perifrasi e promesse d'incoraggiare gl'industriali tedeschi ad esporre, e mutò contegno solo quando ebbero luogo a Parigi dimostrazioni anti-tedesche in occasione della rappresentazione del Lohengrin.
Quando, alla fine di settembre, i giornali francesi per i primi annunziarono che l'on. Crispi era in viaggio per recarsi a far visita al principe di Bismarck, parve si compiesse un avvenimento di gravità eccezionale; e chi s'era proposto d'impressionare l'opinione pubblica accennò a disegni bellicosi contro la Francia che si sarebbero concretati a Friedrichsruh. L'on. Crispi era denunziato dai suoi avversari palesi ed occulti come un impulsivo, e quindi come un uomo pericoloso. Se avesse battuto la via dei suoi predecessori, gli avrebbero ricordato che la politica da lui, deputato, sempre combattuta non era poi così cattiva se da ministro la faceva sua; mettendosi egli, invece, per una via nuova, prevedevano il finimondo.
I ministri italiani non usavano, sin allora, di varcare i confini d'Italia per abboccarsi coi loro colleghi stranieri. Anche il Robilant, prima della rinnovazione del trattato, a chi gli proponeva d'incontrarsi col principe di Bismarck aveva risposto “non aver nulla da dirgli„. Ma l'on. Crispi pensò di aver molte cose da dire al Gran Cancelliere germanico; aveva fede in sè, nell'efficacia della propria azione personale, e ricordava, d'altronde, che nel 1877, a Gastein, era riuscito a fare apprezzare il valore dell'alleanza italiana quando questa era ancora un evento remoto.
L'invito venne dal Principe. In una lettera particolare del 18 settembre, il conte di Launay scriveva all'on. Crispi di “avere ricevuto il giorno innanzi la visita del conte Erberto di Bismarck, il quale tornava da Friedrichsruh. Il conte gli aveva parlato di molte cose: della questione bulgara e della situazione nella quale si trovava il governo tedesco tra la politica dell'Italia e dell'Austria e quella della Russia, delle cose discorse tra il principe e il conte Kálnoky nella recente visita di quest'ultimo a Friedrichsruh, e del pregio che i due Cancellieri attribuivano all'alleanza con l'Italia; infine, gli aveva anche recato un messaggio del Principe per lui personalmente: egli sarebbe stato felice se le circostanze gli avessero permesso d'incontrarsi col collega italiano come soleva incontrarsi col conte Kálnoky, che dal 1881 si recava ogni anno da lui; l'età e la salute erano un ostacolo ad un viaggio in Italia del Principe, che non osava, temendo di mancargli di riguardo, invitare Crispi ad un colloquio; ma a Friedrichsruh, come a Varzin, o a Berlino, se un buon vento l'avesse spinto verso quelle regioni, sarebbe stato lietissimo di riceverlo con lo stesso sentimento di soddisfazione provato in occasione della sua amabile visita a Gastein nel 1877. Spettava all'on. Crispi di pronunziarsi sull'opportunità di una tal visita; se motivi personali o politici l'avessero sconsigliato, o ritardato, nessuno gliene avrebbe fatto carico„.
L'on. Crispi rispose al di Launay che un incontro col principe di Bismarck era “uno dei suoi più vivi desideri„. Avrebbe preferito che tale incontro avvenisse in maniera da sembrare fortuito; ma comprese che, sebbene il Principe gli avesse, per delicatezza, lasciato la scelta del luogo, in verità sarebbe stato più contento che l'incontro avvenisse a Friedrichsruh, dove pochi giorni prima era stato il Cancelliere dell'Impero austro-ungarico.
Crispi, cui non mancava il coraggio dell'amicizia, si decise subito, e poichè doveva trovarsi in Roma nei primi di ottobre, profittò di quegli ultimi giorni del settembre per recarsi in Germania. Egli stesso narra nelle pagine che seguono del viaggio e dei colloqui avuti col Bismarck. Ma prima di muoversi dall'Italia, il 23 settembre, avvenne tra il re Umberto, Crispi e il Cancelliere germanico, questo scambio di cortesie: