Il Principe, ricordandosi la promessa fattami in proposito per mezzo dell'Ambasciata tedesca in Roma, dichiarò che l'affare era allo studio e che l'avrebbe sollecitato. «Si studia un Codice Civile per tutto l'Impero per togliere la molteplicità dei Codici attualmente in vigore. Si è dovuto quindi sentire i ministri di Giustizia dei varii Stati. Ci vuol tempo, ma si farà presto».
Era ormai mezz'ora dopo le 12 meridiane. Il Principe mi pregò di sospendere il colloquio, che avremmo ripreso dopo la colazione, e di andare a passeggiare nella foresta.
Lui, io ed Herbert, appoggiati ciascuno al nostro bastone — me ne aveva dato uno di quelli che erano nell'anticamera — procediamo per un viottolo che si apre alla sinistra della casa. Si gira per oltre una mezz'ora e di tanto in tanto il discorso politico è interrotto dal Principe con le notizie ch'egli mi dà dei luoghi che traversiamo.
Il Principe mi domanda di Cucchi — un deputato italiano che nel 1870, durante la guerra, fu inviato al Quartier generale germanico dal Comitato della Sinistra — e vuole che io glielo saluti. Il che dà occasione a discorrere della origine dei nostri rapporti anteriori alla guerra del 1870, del viaggio di von Holstein a Firenze, degli aiuti che furon dati alla Prussia impedendo l'invio di truppe italiane in Francia.
Si camminava a passo accelerato. Ricordando il 1870 e caduto naturalmente il discorso sulla Francia, mi venne fatto di avvertire come il Matin avesse esplicato il mio viaggio a Friedrichsruh. Il Matin aveva stampato che scopo della mia visita era stato la conciliazione col Papa. Ed il Principe:
— Giusto quello di cui non abbiamo parlato. I francesi cercano «mezzogiorno a 14 ore».
— E del resto non ve n'era ragione.
— È una questione che non c'interessa, e della quale non dobbiamo occuparci.
E vi dirò che nessuno dei prelati mi ha parlato del potere temporale, prevedendo purtroppo quale sarebbe stata la mia risposta.
Come notizia storica parlai del padre Tosti, del suo opuscolo, delle intenzioni del Papa, delle contraddizioni, della lettera di Leone XIII e dell'altra di Rampolla, che bastarono per obbligarmi a non essere neanco cortese in alcune materie, nelle quali avremmo potuto condiscendere restando nei confini della legge per le guarentigie pontificie.