Noi siamo amici di tutte le Potenze, con tutte desideriamo mantenere i migliori rapporti.

Ve ne hanno con le quali quei rapporti sono più intimi.

Ma se siamo, sul continente, alleati colle Potenze centrali, se sui mari procediamo d'accordo con l'Inghilterra, nessun obbiettivo ci proponiamo da cui gli altri si debbano sentir minacciati.

Il mio recente viaggio in Germania inquietò la pubblica opinione in Francia.

Fortunatamente però non alterò la fiducia di quel governo, il quale conosce la lealtà delle mie intenzioni, e sa che nulla io vorrò ordire contro il popolo vicino, a cui l'Italia è legata per analogia di razza e tradizioni di civiltà. Vissi due anni in Francia, dal 1856 al 1858, e i figli di quella generosa nazione, coi quali fui intimo ed ai quali schiusi il mio cuore, ben sanno quanto io ami il loro paese, e come non partirà mai da me alcuna provocazione ed alcuna offesa. Sanno che sarebbe il più felice dei miei giorni quello in cui potessi contribuire a portar la pace nei cuori francesi.

Una guerra fra i due paesi nessuno potrà desiderarla e volerla, imperocchè la vittoria o la sconfitta sarebbero del pari funeste alla libertà dei due popoli, perniciose allo equilibrio europeo. Con tali convinzioni, e per calcolo, noi lavoriamo al mantenimento della pace.

Il nostro sistema di alleanze è dunque inteso a scopo di preservazione, non di offesa; di ordine, non di perturbamento. Esso giova all'Italia, ma giova pure agli interessi generali.

Nè siamo i soli in Europa a volere il progresso nella conservazione, il lavoro operoso nella pace.

La storia del periodo in cui viviamo è dominata da un nome: quello di un uomo di Stato, pel quale la mia ammirazione è antica, come antichi già sono i vincoli personali che a lui mi legano; di un uomo il cui programma di governo si distingue per meraviglioso coordinamento delle varie parti di un medesimo fine: questo fine, duplice in apparenza, è uno in fondo: la pace e la grandezza del suo paese. Quest'uomo da trent'anni ha lavorato, prima a conseguire quel fine, poi, conseguitolo, a conservarlo. Quest'uomo, che seppe quel che volle, e ciò che volle fortissimamente volle, voi l'avete tutti nominato. Tutti lo conoscono per un grande patriotta, ed io aggiungerò che egli è un antico amico dell'Italia, un amico della prima ora, un amico dei giorni d'infortunio e di servaggio, poichè dal 1857 egli era nel segreto di ciò che stava maturando, in mezzo a tante difficoltà, la politica del conte di Cavour, e taceva, ed a chi avrebbe potuto parlare imponeva di tacere, ben sapendo quanta opposizione il parlare avrebbe suscitato e quanto convenisse al suo proprio paese che i destini d'Italia si compissero, poichè l'unità germanica si preparava con l'unità italiana.

Non mi dilungherò sui recenti colloqui avuti con lui.