Solo dirò che l'accordo di pensieri e di sentimenti che tra noi già esisteva, ha persistito attraverso alle opposte vicende, e si è affermato nuovamente dacchè la politica dell'Italia mi è affidata. Si è detto che a Friedrichsruh abbiamo cospirato. E sia pure: a me, vecchio cospiratore, la parola non fa paura. Sì, se si vuole; abbiamo cospirato, ma abbiamo cospirato per la pace, e però alla nostra cospirazione tutti coloro che amano questo bene supremo possono partecipare. Dei detti memorabili uditi, uno solo la discrezione mi permette di ricordare innanzi a voi, pronunciato nel momento del comiato, e nol tacerò, poichè è in esso la sintesi del nostro convegno. — È questo: «Abbiamo reso un servigio all'Europa».

Io vado, pel mio paese, altero di ricordarlo — poichè mai, in una unione completa e cordiale come quella dell'Italia e dei suoi alleati, è stata tanto rispettata la sua dignità, sono stati tanto garantiti i suoi interessi.

Ma, oltrechè con le alleanze, perseguiamo l'intento della pace col volere la giustizia. Ciò vi spiega, o signori, la nostra politica in Oriente. Ivi ciò che domandiamo si è il rispetto dei diritti dei popoli, conciliato, in quanto è possibile, col rispetto dei trattati che formano il diritto pubblico ed europeo; ciò che speriamo si è lo sviluppo progressivo delle autonomie locali. Si hanno nella penisola dei Balcani quattro nazionalità distinte, ciascuna avente la sua lingua, la sua sede secolare, le sue tradizioni antichissime, e — ciò che è più — la coscienza della propria individualità come nazione e l'aspirazione all'indipendenza. Ebbene, questi popoli che anelano, come ogni ente, a vita libera, aiutiamoli a riprendere possesso di loro stessi, senza lotte, senza spargimento di sangue, senza nuovi martirii. Non è questa la politica la più degna dell'Italia, la più conforme alle sue origini ed ai nostri principii? E riflettete, signori: codesta non è soltanto politica di principii e di sentimenti: è altresì politica d'interessi bene intesi. I popoli balcanici, che colà rappresentano la giovinezza con le sue inesperienze, ma anche l'avvenire con le sue speranze e le sue forze, non dimenticheranno l'aiuto disinteressato che l'Italia avrà loro prestato. Abbiamo forse, noi, dimenticati i servizi disinteressati a noi resi? Chi proferisce questa bestemmia, si rivolga al popolo inglese, a cui ci legano tosto quarant'anni di amicizia non mai turbata, e saprà da esso se nella sua storia abbia mai avuto alleato più fedele, amico più sincero del Piemonte dapprima e dell'Italia oggi giorno.

E nella stessa Francia vi è forse uomo di senno retto e imparziale che sia disposto ad accreditare col suo consenso le accuse d'ingratitudine che spesso da quel suolo, così caro ad ogni italiano, contro l'Italia si sono elevate?

Ma pace senza scambi è pace infeconda, e però, perseguiamo ancora il nostro intento con lo stringere vincoli commerciali con le Potenze vicine. Un trattato era stato denunciato. Fu mia cura, appena venuto al potere, di fare pratiche per il rinnovamento dei patti e per evitare, anche per un sol giorno, una guerra di tariffe fra due paesi i cui interessi sono così strettamente commisti come la Francia e l'Italia. Un altro trattato con un impero amico ed alleato veniva a scadenza. Non esitai a intavolare negoziati. Avviate a Vienna, le trattative continuano a Roma, ove ho, prima di partire, salutato, nella fiducia di un non difficile successo, i negoziatori dell'Austria e della Ungheria.

La reciproca tutela della diversa produzione e del lavoro diverso, che in tanto combattersi di teorie economiche è la sola guida pratica che si possa ascoltare, ci offre larga base ad equi compensi ed a giusti compromessi. Ed il successo ci sarà tanto più caro, perchè i due Stati fra i quali esistono già i vincoli politici leali e non oziosi, non conservano di lotte, ormai antiche, altra memoria che la stima del reciproco valore.»

Il discorso-programma dell'on. Crispi, non solamente ottenne un grande successo in Italia, ma fu considerato in tutta l'Europa come un avvenimento di notevole importanza per la politica internazionale. Dimostrano ciò i documenti e i giudizii che riferiamo.

L'Incaricato d'affari italiano a Parigi scrisse il 27 ottobre:

«Nell'udienza che io ebbi ieri presso questo sig. ministro degli Affari esteri, gli feci leggere il testo stesso quale mi venne telegrafato dall'Eccellenza Vostra, dei punti relativi alla politica estera, del discorso da Lei pronunciato il giorno innanzi a Torino. Il sig. Flourens se ne mostrò soddisfatto, mi disse che il governo francese non aveva mai dubitato delle intenzioni di Vostra Eccellenza a suo riguardo; che ciò nondimeno le dichiarazioni pacifiche ed amichevoli per la Francia, contenute in quel discorso, erano tali da produrre un'influenza favorevole e benefica sull'opinione pubblica, quantunque la prima impressione, seguita alla sorpresa del viaggio di Vostra Eccellenza a Friedrichsruh, si fosse già sensibilmente calmata. Il sig. Flourens non accennò ai punti relativi all'Inghilterra ed al principe di Bismarck: non poteva lodarli e preferì tacerne.

Quanto all'accoglienza fatta al discorso da parte della stampa parigina, egli è evidente che non potevamo attendere apprezziazioni favorevoli e spassionate: per i francesi noi restiamo gli alleati della Germania; ai loro occhi questo fatto domina qualsiasi altra considerazione. «Consentiamo pure, dice il Matin di stamane, a ritenere sincere le proteste d'amicizia dell'antico rivoluzionario, il quale ricevette durante il suo esilio in Francia la cordiale ospitalità di cui non ha perduto il ricordo, ma d'altra parte non possiamo non conservare una certa diffidenza contro l'uomo di Stato il quale corrispose con sì viva premura agli inviti del nostro più mortale nemico». Tale, in poche parole, è il sentimento reale della maggioranza. Il Journal des Débats, pur accogliendo le parole dell'Eccellenza Vostra sull'eventualità di una guerra contro la Francia, secondo il sentimento che le ha ispirate, si domanda perchè l'Italia, che non è da nessuno minacciata, ha creduto di contrarre alleanze che possono spingerla, suo malgrado, ad una guerra di cui essa ripudia anche il pensiero, e per interessi che non sono i suoi? Quel giornale si dichiara perciò preoccupato precisamente di ciò che l'Eccellenza Vostra ha taciuto. Il Temps, riconoscendo che la nostra professione di simpatia per la Francia non è stata accompagnata da alcuna riserva, prende atto della dichiarazione che mai da parte nostra vi sarà provocazione od offesa.