Circa alla sede dei negoziati definitivi, non ha potuto persuadere il ministro degli Affari esteri e non può prendere alcun impegno che si facciano a Roma. Si vedrà in seguito. O i negoziati preliminari a nulla conducono, ed è una questione inutile. O nei negoziati preliminari si va d'accordo sopra i punti sostanziali e così che non rimangano a definirsi che dei particolari e non vi sarà nessuna difficoltà a che l'ambasciata francese a Roma, insieme p. e. coi due Direttori Generali delle Dogane e del Commercio estero inviati appositamente nella nostra capitale, sia incaricata dei negoziati ufficiali e li porti a termine. O sarà mestieri anche nei negoziati ufficiali dibattere punti importanti ed allora tornano in campo le prime obbiezioni: il Rouvier non saprebbe chi mandare all'uopo in Italia, e dovrebbero anche tali negoziati aver luogo in Parigi.

Intanto egli crede che nei negoziati ufficiosi preliminari apparirà la necessità di una proroga.

Io gli osservai che tali risposte saranno di troppo poca soddisfazione in Italia; che ammessa pure l'opportunità che i negoziati ufficiosi siano fatti direttamente con lui, dovrebbesi ad un tempo e subito stabilire che i negoziati ufficiali abbiano luogo a Roma, ed ho soggiunto, sorridendo, che se io fossi incaricato di trattare con lui sopra questo punto non cederei quanto alla sede dei negoziati ufficiosi, condotti nel modo da lui divisato, se non a condizione di fissare contemporaneamente la sede a Roma dei negoziati definitivi.

Ma egli ha persistito nelle sue dichiarazioni, che allo stato delle cose non gli è possibile prendere impegno; e che la questione della sede dipenderà da quella della sostanza, cioè da ciò che resterà a fare nei negoziati ufficiali — perchè s'egli fa obbiezioni e per gli uni e per gli altri a Roma, non è per alcuna ragione politica o di Stato, ma unicamente perchè non sa chi mandare a Roma, attese le difficoltà della cosa e la condizione degli animi in Francia: un protezionista rovinerebbe tutto, un libero-cambista pregiudicherebbe il risultato di fronte alla corrente contraria — perciò è mestieri ch'egli personalmente intervenga e del resto egli solo può fare i presagi desiderati.

Il Sig. Rouvier mi diceva tutto ciò ieri. Oggi egli lascia Parigi per una breve gita in campagna ed oggi io prenderò da lui commiato, e partirò doman l'altro, 12, da Parigi tornando per la via della Svizzera a Cumiana, donde verrò sollecitamente a Roma.

L'impressione ch'io reco dal mio soggiorno in Parigi è conforme alle dichiarazioni del Rouvier:

La Francia, nella sua grandissima maggioranza, non vuole la guerra, non ha la febbre della revanche, e non è a prevedere ch'essa sia per attaccare la Germania: al contrario essa resisterà, finchè le sarà possibile, a tutti gli eccitamenti ad attaccarla;

rispetto all'Italia, ben pochi vagheggiano di farci guerra; i più temono che noi siamo per cader addosso alla Francia insieme colla Germania e ci ammoniscono intorno ai pericoli che a noi pure deriverebbero dalla distruzione della Francia;

il prestigio del regno d'Italia e del suo governo è qui grande;

la stessa questione cattolica è qui molto attenuata e non vi sarebbe che un piccolo numero di persone desideroso d'ingerirsi in difesa del potere temporale;