I francesi diffidano di noi, ed al tempo stesso sospettano che noi diffidiamo di loro.
Diffidano di noi, e più d'uno crede o finge di credere che l'Italia ha l'intenzione di far la guerra alla Francia. Lo stesso sig. ministro Decazes non espresse chiaramente siffatta opinione, ma parlò con molto interesse dei nostri armamenti e delle fortificazioni di Roma, e parve considerare coteste fortificazioni come aventi uno scopo anti-francese.
Ragionando col detto sig. ministro e con gli altri signori che me ne avean tenuto discorso, dichiarai che l'Italia ha bisogno di pace, e che riordinando l'esercito e fortificandoci non abbiamo punto l'intenzione di far la guerra, ma di provvedere ai mezzi di difesa del nostro territorio.
«Il Re d'Italia» — ho detto e ripetuto — «fedele ai trattati ed agli impegni internazionali, non ha dato nè darà mai l'esempio di mancare al suo dovere, ma forte del suo diritto esige solamente che sia rispettato».
I francesi sospettano che noi diffidiamo di loro, ed a dileguare i dubbii che credono possano essere nell'animo nostro, si sforzano a testimoniarci la migliore amicizia. Il duca Decazes fu molto esplicito in tale argomento, e mi disse e mi ripetè che nissuno dei partiti politici, i quali possono pretendere al governo della cosa pubblica, commetterebbe la follìa di far la guerra all'Italia. Vi sono — egli soggiunse — i partiti estremi i quali oserebbero tentarlo, ma costoro non hanno probabilità di dominio, e poi non avrebbero alcun seguito nel paese.
A quali partiti S. E. accennasse, io non ho bisogno di ricordarlo a V. M. Sono pur io dell'opinione del signor ministro, che la Francia in questo momento non li seguirebbe; ma nella storia di questo paese l'ignoto è un mostro del quale dovremo temere, e siccome qui non si può essere sicuri dell'indomani, la prudenza c'impone di pensare ai casi nostri.
La Francia subisce una crisi la cui soluzione è ancora incerta. Repubblicani e governativi si dicono sicuri del fatto proprio e gli uni e gli altri usano i mezzi di cui possono valersi onde riuscire vincitori.
Non mi occuperò dell'ipotesi del successo dei governativi. Le conseguenze sono prevedibili: Mac-Mahon andrebbe sino al 1880, cioè compirebbe il settennato, col proponimento di chiedere nell'ultimo anno della sua presidenza una revisione della costituzione in senso monarchico. Esaminerò quindi il caso in cui la vittoria toccasse ai repubblicani.
Se i repubblicani vincessero, quale sarebbe il contegno di coloro che furono gli autori dell'atto del 16 maggio? Faranno essi un colpo di Stato? E se lo tentassero e vi riuscissero, chi ne raccoglierebbe i beneficii?
Il gabinetto è composto di orleanisti e bonapartisti, e se tutti cospirano concordi per la distruzione della repubblica, ciascuno dei due partiti lavora per il trionfo della dinastia prediletta.