20 febbraio. — Il conte Solms è venuto ad informarmi delle comunicazioni fatte dall'ambasciatore russo a Berlino al Gran Cancelliere per la questione bulgara. Il conte Schouvalow con sua lettera del 13 corrente chiedeva al principe di Bismarck di associarsi alla Russia allo scopo di persuadere la Turchia a voler dichiarare la illegalità del soggiorno del principe Ferdinando in Bulgaria. A questa lettera erano aggiunti due documenti, uno senza data e senza firma, nel quale si spiegavano le intenzioni del Gran Cancelliere, ed un altro del 31 dicembre 1887, firmato Giers, nel quale si spiegavano gli scopi del gabinetto di Pietroburgo. Bismarck crede che quella dichiarazione soddisferebbe l'amor proprio dello Czar e che noi dovremmo adoperarci a farla ottenere. Rispondo quello che ho già detto ad Uxkull; dubito delle conseguenze di quella dichiarazione, le quali non potrebbero essere benigne.
Il Solms mi parla della impressione fatta sull'animo del Sultano dalla pubblicazione di sir Elliot. Il Sultano sarebbe inquieto contro Kiamil pascià, Gran Visir, che ritiene partigiano della Gran Brettagna; egli teme altresì che si attenti alla sua vita. Si è stentato molto a fargli riacquistare la calma.
L'affare di Damasco non suscita più i malumori della Francia, la quale, considerata la loro poca importanza, non pensa più ad agire.
La Francia si oppone all'intervento della Turchia alla Conferenza pel Marocco. La Turchia non prese parte al trattato del 1880 e non ha interesse nel territorio marocchino. Il signor Moret, invece, sarebbe favorevole a cotesto intervento.
23 febbraio. — Il signor Flourens si è lagnato con l'ambasciatore d'Inghilterra a Parigi dell'Italia e di me, che accusa di un contegno ostile e provocatore. Cotesta imputazione è formulata troppo vagamente per avere un valore. La tendenza del governo francese è di posare a vittima. Se si esamineranno i miei atti uno ad uno, si troverà che in ogni occasione ho spinto la condiscendenza sino agli estremi limiti.
Sulla situazione politica della Francia l'on. Crispi ricevette nei primi giorni di febbraio le seguenti informazioni:
«Il governo appare ogni giorno più debole di fronte alle esigenze che intorno a lui si accampano. Una minoranza audace e irresponsabile gli forza continuamente la mano, senza che gli elementi d'ordine ancora numerosi, nella provincia specialmente, valgano a controbilanciare tale azione. Speculatori intelligenti e spregiudicati, molti dei quali forestieri, che al primo pericolo scomparirebbero, prezzolano una stampa senza convinzioni che crea tali correnti di opinione nel pubblico, le quali porranno il governo in balìa della piazza.
Sullo scorcio del 1887 il governo non era fortissimo, ma resisteva. Il vecchio presidente Grévy era un elemento pacifico e moderatore, e il Ministero abbastanza buono, sbarazzato di persone compromettenti come il generale Boulanger e l'ammiraglio Aube. Ma appunto per questo era inviso alla piazza, la quale andava lagnandosi che il presidente parteggiasse per l'opportunismo. I radicali decisero perciò di muovergli guerra, e profittarono della condotta scorretta del genero del presidente, il deputato Wilson, affarista noto già da anni nei circoli parlamentari. Lo scandalo appassionò l'opinione pubblica, e il presidente Grévy fu costretto a dimettersi.
Nella confusione, che regnò durante i giorni della crisi presidenziale, i radicali cambiarono parte. Spaventati dalla possibilità di cadere da Grévy a Ferry, si provarono a rimontare l'opinione pubblica per la rielezione di Grévy e ad ogni modo minacciavano le barricate a Parigi se Ferry fosse stato eletto presidente. Una forte corrente moveva l'assemblea di Versailles a dare il voto a Giulio Ferry, ritenuto come l'uomo di Stato più energico e di maggior valore dei concorrenti; ma, in verità, la Francia e Parigi stessa assistevano indifferenti alla soluzione di quella crisi strana e improvvisa. I radicali soli si agitavano, i parigini sopra tutti, e nell'assemblea trovarono alleata una frazione della destra, la quale, odiando la repubblica, la desidera debole e perfino comunarda, per potersene sbarazzare più presto.
Mentre il Congresso sedeva a Versailles, tutte le misure erano state prese dalla maggioranza radicale del Consiglio municipale per proclamare un governo provvisorio nel caso che il signor Ferry avesse riunito sul suo nome la maggioranza dei voti. I consiglieri municipali si erano dichiarati in seduta permanente e avevano chiamato all'Hôtel de ville parecchi delegati del Comitato rivoluzionario centrale, per poter disporre, occorrendo, del loro concorso. Avevano anche cercato di ottenere dal prefetto della Senna le chiavi delle porte che chiudevano i corridoi sotterranei per i quali l'Hôtel de ville era messo in comunicazione con altri edifici, specialmente con le caserme «Lobau» e «Napoleone». Il prefetto della Senna avendo rifiutato di consentire alla predetta domanda, i consiglieri municipali avevano sbarrato il passaggio con una catena di ferro per impedire che per quella via si potesse penetrare nell'Hôtel de ville.