Questo contegno continuamente ed apertamente ostile degli agenti francesi, e la necessità di mantenere l'ordine in una piazza forte ed in un territorio dove vige tuttora lo stato di guerra, in faccia ad indigeni che dobbiamo amministrare ed a stranieri che vi frequentano, ci hanno costretti a non tollerare più oltre il signor Mercinier nella assunta sua qualità di reggente il vice-consolato di Francia. Non potendo esser questione di ritirare l'exequatur a un funzionario il quale provvisoriamente suppliva ad un vice-console che non ne era munito dal regio governo, il generale Baldissera dovette naturalmente limitarsi a fargli noto (il 23 luglio) che non avrebbe più avuto relazioni con lui.
Appena occorre, poi, avvertire che al signor Mercinier, tornato così privato cittadino, non poteva essere consentito di corrispondere in cifra col suo governo, questo metodo di corrispondenza essendo vietato a Massaua a qualsiasi privato.
Ho stimato opportuno d'informare di questi fatti V. E., affinchè ne possa trarre norma di linguaggio nelle sue eventuali conversazioni, su tale argomento, con codesto ministro degli Affari esteri.»
È naturale che il ministro Goblet[23] non si arrendesse alle argomentazioni del governo italiano e che sull'on. Crispi si rovesciasse l'ira della stampa francese. Ma Crispi fu inflessibile. Aggredito, difese la posizione senza eccessi verbali, ma energicamente. Portò la contesa dinanzi alle Cancellerie europee; dimostrò che la Francia sosteneva una tesi sbagliata e che, non questioni di principio o di dignità la movevano, ma bensì il dispetto per lo spirito d'indipendenza che animava la politica italiana.
Come risulta dai documenti che seguono, l'Europa dette ragione a Crispi, il quale, dopo ottenuto tale consenso, chiuse la vertenza dichiarando che non avrebbe più risposto al signor Goblet.
«Parigi, 25 luglio 88.
Oggi Goblet si lamentò con me perchè V. E. non aveva potuto ricevere ancora il signor Gérard e perchè il comandante militare di Massaua aveva dichiarato al signor Mercinier di cessare di considerarlo come rappresentante della Francia, non essendo egli provveduto d'alcun exequatur regolare. Mi parve venuto il momento di dare al signor Goblet conoscenza della sostanza dei due ultimi telegrammi di V. E. relativi all'incidente di Massaua, ma le buone ragioni svolte dall'E. V. non valsero a rimuovere Goblet dalle sue prime idee. Egli persiste ad invocare le capitolazioni che noi non riconosciamo, ed a pretendere che ogni atto coattivo per far pagare la tassa doveva cessare dopo la protesta inoltrata contro la medesima; mentre noi riteniamo che anzitutto si doveva obbedire alle autorità governative, salvo ad esaminare dopo le proteste. Goblet si animava sempre più, mentre io prontamente dichiarava che, visto assoluta divergenza sui due punti capitali anzi accennati, io non poteva continuare la discussione, che avrebbe finito per sviare. Goblet fra altre cose mi disse che la Francia era disposta condiscendere ai nostri desideri in cambio di qualche concessione per parte nostra. Non mi disse quale, ma suppongo che alludesse alla Tunisia, giacchè questo ambasciatore d'Austria-Ungheria che aveva avuto una conversazione in proposito, mi disse riservatamente che Goblet aveva nel suo discorso, parlando di Massaua, fatto anche allusione alla Tunisia.
Mi si assicura che a questo Ministero degli Affari esteri si è alquanto preoccupati del contegno della Grecia, dalla quale da più giorni non si hanno comunicazioni....
Menabrea.»
«Londra, 26 luglio.