Crispi, a Parigi. — A Berlino fu risposto all'ambasciatore francese, Herbette, che la Germania ci appoggerà essendosi i giureconsulti dell'Impero dichiarati favorevoli alla nostra tesi, nella questione di diritto. A noi può bastare che Goblet faccia dichiarare da Massicault a Berio che i decreti non saranno applicati ai nostri istituti.

21 ottobre.

Crispi, a Parigi. — «In verità il signor Goblet vuol ripetere la favola del lupo e dell'agnello, ed io non intendo prestarmi a far la parte dell'agnello. Noi reclamiamo contro i decreti beylicali del 15 settembre dai quali siamo stati offesi e si vorrebbe dare a credere che il nostro reclamo sia una provocazione. Il provocatore è colui che ci ha offesi, e noi siamo i provocati. La posizione nostra in Tunisia è singolare, e nessuna Potenza d'Europa si trova colà nelle nostre condizioni. Nessuna Potenza vi ha scuole e nessuna Potenza ha nella Reggenza una colonia popolare come la nostra ed alla cui educazione ed al cui insegnamento bisogna provvedere. Se le altre Potenze accettano i decreti beylicali e non reclamano, nulla danno alla Francia perchè non è leso alcun loro diritto. Per esse non sarebbe che una questione di principio. Volendo dar prova di moderazione, dissi al conte di Bismarck che non tenevo si pubblicasse un nuovo decreto che revocasse quello del 15 settembre. A me bastava che il sig. Massicault dichiarasse al console Berio che le nuove disposizioni legislative non sono applicabili alle nostre scuole ed alle nostre associazioni in Tunisi e che nel fatto non venissero applicate. Il conte di Bismarck deve avere telegrafato in questo senso al conte Münster e ve ne informo acciocchè sappiate essere nostre e non di Berlino le proposte concilianti per la soluzione della questione. Sappiate ancora, e ciò confidenzialmente, che cinque giorni addietro fu telegrafato da codesta Nunziatura al Vaticano che Goblet era perplesso sul partito a prendere e che era disposto a dar ragione all'Italia: vorrebbe però salva la sua dignità. Ora io non tengo alla forma, ma alla sostanza, e la soluzione da me proposta, appoggiata dalla Germania, converrebbe alle due parti. In tale stato di cose, dipende dal contegno di codesta Ambasciata ottenere giustizia.»

21 ottobre.

Da Vienna (Avarna, Incaricato d'Affari d'Italia). — Kálnoky riconosce il buon diritto dell'Italia nella quistione. L'Austria-Ungheria non ha però negli affari tunisini, come in quelli egiziani, alcun interesse speciale.

21 ottobre.

Da Londra (Catalani, Incaricato d'Affari d'Italia). — Il Foreign Office domandò il parere dei consulenti legali della Corona esprimendo intanto l'opinione 1.º) che la Francia non aveva diritto a far emanare dal Bey un decreto che quest'ultimo non avrebbe avuto diritto di emanare prima dell'occupazione francese; 2.º) che l'Inghilterra, consentendo all'abolizione delle Capitolazioni per ciò che concerne l'amministrazione della giustizia, non concesse alla Francia alcun potere su ciò che riguarda le scuole inglesi.

22 ottobre.

Da Parigi (Menabrea). — Münster informò Menabrea delle conversazioni di Crispi con Erberto Bismarck, relativamente ai decreti beylicali sulle scuole ed associazioni. Menabrea si recò da Goblet a presentargli la proposta conciliante di Crispi. Goblet rispose aver dato istruzioni a Massicault di trattare la questione con Berio e quindi non volerne discutere con Menabrea. Questi chiese quali istruzioni erano state date al Residente francese. Goblet rispose che «nulla sarebbe mutato alle cose esistenti e che il decreto non verrebbe applicato alle nostre scuole ed associazioni esistenti se non col consenso del nostro Console», al che Menabrea replicò che non si trattava soltanto del presente e che il governo del Re non acconsentirebbe a che il decreto minacciasse le istituzioni future. «Pregai Goblet — scrive Menabrea — di ben considerare le conseguenze di un conflitto qualora il R. Governo rifiutasse, in tal caso, di permettere l'ispezione. Goblet si mantenne ostinato nella sua prima risposta senza accettare alcuna osservazione, interpretando a suo modo e il nostro trattato e il protocollo del 25 gennaio 1884, il cui secondo articolo è abbastanza esplicito. Non potei trattenermi dal dirgli che trattandosi di un decreto che muta sostanzialmente le condizioni di istituzioni della colonia europea più antica e più numerosa di Tunisi, mentre i francesi non sono che 3000, sarebbe stato opportuno di presentire l'opinione dell'Italia. Al che Goblet rispose: «Noi abbiamo le nostre truppe che proteggono i vostri interessi italiani.» — Allora andai sulle furie dicendogli che sapevo come le truppe francesi erano entrate in Tunisia e che l'Italia non aveva bisogno della protezione francese: era buona a proteggersi da sè, come si era protetta prima dell'entrata de' francesi in Tunisia, della quale non avemmo mai a lagnarci. L'Italia, d'altronde, ha diritto di essere rispettata, il che non si sente abbastanza in Francia. Nel mettere fine a questa spiacevole conversazione con un uomo impetuoso e cavilloso, io gli posi l'ultimatum conciliativo indicato da V. E. Egli non l'accettò e mi ritirai lasciandogli la responsabilità di tutte le conseguenze del suo rifiuto. Si vede ch'egli vuole lasciare la porta aperta a nuove gherminelle, quando verrà il momento di creare nuove istituzioni italiane in Tunisia. Mi pare che a Berio si potrebbe dare il mandato di mantenere fermo presso Massicault la proposta di V. E. Prima di recarmi da Goblet presi conoscenza de' suoi precedenti colloquii con Ressman, di cui ammiro la fermezza e la prudenza per aver potuto per tanto tempo sopportare i ragionamenti del suo interlocutore.»