Queste sono le supposizioni fondate sull'ispezione dei cadaveri. Non hanno tuttavia il carattere di certezza. Le circostanze immediate e concomitanti della doppia uccisione non ebbero testimoni. Per quale straordinaria eccitazione d'animo e di sensi, per quale reciproca esaltazione di spirito in delirio, o per quale follia dell'uno o dell'altra o d'entrambi, tale catastrofe sia accaduta, è un segreto che starà probabilmente sepolto nelle due tombe, nella modesta fossa di Heiligenkreuz e nell'arca della Chiesa dei Cappuccini di Vienna.
Come la notizia sia stata portata a Vienna dal conte Hoyos, come sia stata inviata sul luogo una Commissione imperiale di cui facevano parte il prof. Wiederhofer, medico della Corte e il Cappellano della corte, e come il corpo del defunto Arciduca sia stato trasportato a Vienna nella notte dal 30 al 31 gennaio, fu raccontato, fin dai primi giorni, dalla stampa ufficiale viennese.
Il cadavere della giovane, dopo fatta l'autopsia, fu sepolto colla maggior possibile secretezza, ma coll'assistenza della madre nel cimitero di Heiligenkreuz, vicino circa quattro chilometri a Mayerling.
Come lugubre episodio del dramma, il cacciatore dell'Arciduca, confidente o per lo meno conscio di questi amori, si sarebbe pur egli suicidato. Il di lui corpo sarebbe stato seppellito a Baden; la circostanza avrebbe contribuito ad accreditare la versione, corsa nei primi momenti, che l'Arciduca fosse stato ucciso da un guarda-caccia o guarda-foreste.
La lettera dell'Arciduca al sig. De Szögyeny, resa ora pubblica nella sua sostanza per mezzo dei giornali, nella quale è annunziato il proponimento del suicidio del Principe, è stata scritta nel mattino del 30 gennaio, e quindi immediatamente prima, forse pochi minuti prima del colpo. Ma rimane incerto, per ora almeno, se sia stata scritta prima delle due morti, ovvero nell'intervallo fra l'una e l'altra».
«Vienna, 14 febbraio 1889.
Aggiungo alcuni nuovi particolari, appresi da fonte autorevole, intorno alla morte dell'arciduca Rodolfo. Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, la giovane Maria Vetsera (così deve essere scritto questo nome), uscì di casa in compagnia della contessa Maria Larich, nata von Wallersee (figlia di S. A. R. il duca Lodovico di Baviera). Nella via del Kohlmarkt, la contessa Larisch entrò nel magazzino dei fratelli Rodeck. Maria Vetsera colse questo momento per fuggire, e si recò, come narrai precedentemente, a Mayerling, dove l'Arciduca si era recato nello stesso giorno. La ragazza portò con sè il revolver, col quale fu poi compiuto il doppio suicidio. La madre, baronessa Vetsera nata Baltazzi, avvertita della disparizione della figlia e presumendo dove essa doveva trovarsi, si recò nella stessa sera presso il direttore di polizia, barone Francesco von Krauss, e l'indomani presso il Ministro dell'Interno, che l'avrebbe rassicurata, dicendole che l'Arciduca doveva venire il giorno stesso a pranzo dall'Imperatore, che gli avrebbe parlato in proposito e che intanto non conveniva fare scandali. Il 30, nel mattino, la madre vieppiù inquieta si recò alla Burg e chiese dell'Imperatrice. Sua Maestà che aveva di già appresa la notizia della doppia morte, volle dare ella stessa alla baronessa Vetsera la dolorosa notizia, e appena questa introdotta in di Lei presenza, le disse piangendo: «I nostri poveri figli sono morti».
Nessuno sa, è bene ripeterlo, come la catastrofe sia accaduta. Ma è certo che il revolver fu portato dalla ragazza e che questa morì per la prima. Si deve supporre, che essa, o in seguito ad un rifiuto dell'Arciduca, d'accondiscendere ad una proposta di fuga e di vita comune, o per disperazione in previsione d'un abbandono più o meno prossimo, o per sovreccitazione d'uno spirito dominato da prepotente passione, si tirò alle tempia il colpo di revolver che l'uccise. Se questa ipotesi che sembra probabile è vera, si spiega facilmente come l'Arciduca, che non aveva con sè nessun revolver, che pareva lieto, che aveva fatto inviti a caccia per quel giorno e per l'indomani, che s'era divertito nella prima parte della notte a sentire cantare il fiaccheraio Bratfisch, trovandosi, ad un tratto, in presenza del cadavere d'una ragazza di buona famiglia, che s'era uccisa per amor suo e nel suo letto, e prevedendo le conseguenze d'una tale catastrofe per la sua fama, per il suo avvenire e per l'onore della sua Casa, sia stato condotto al proposito d'uccidersi anch'esso. Sembra che un certo tempo sia difatti trascorso fra la morte della ragazza e quella dell'Arciduca. Nel frattempo questi avrebbe scritto le lettere da lui lasciate e segnatamente quella al sig. de Szögyeny.
L'ipotesi che l'Arciduca e la ragazza si siano uccisi per accordo deliberato insieme non sembra ammissibile.
L'Arciduca aveva notoriamente altre relazioni simultanee, il che escluderebbe in lui l'esistenza d'una passione prepotente e furiosa. È più verosimile che l'Arciduca abbia considerato le sue relazioni colla giovane Vetsera nello stesso modo che quelle che aveva avuto e aveva con altre donne, e che abbia preso l'amore di questa ragazza per lui con eguale leggerezza o indifferenza. Invece si sarebbe a un tratto trovato in presenza d'una passione violenta che l'avrebbe spaventato o annojato, e alla quale avrebbe voluto sottrarsi. Il convegno di Mayerling, se pure vi fu convegno e non sorpresa, sarebbe stato non chiesto, ma subìto dall'Arciduca; e la ragazza vi si sarebbe recata, munita di revolver da lei procuratosi in Vienna, come fu accertato, colla determinazione di uccidersi se avesse avuto la certezza di un prossimo abbandono. Questa, ripeto, è pura ipotesi, ma fra tutte quelle imaginate finora è la più fondata.